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C’era una volta il PD / 4: quale rappresentanza per il mondo cattolico?

Auguro ai candidati cristiani nei diversi schieramenti di essere scomodi”. Lo ha scritto il vescovo di Forlì-Bertinoro nell’imminenza delle elezioni amministrative ed europee del 2019. Spiegando che “se sono a sinistra, dovranno lottare per la vita, per favorire la nascita di chi è concepito e per la cura di chi è anziano o infermo. Se sono a destra, non lasceranno passare scelte contrarie all’accoglienza delle persone, alla giustizia sociale, alla solidarietà, alla pace”. Di recente, un altro vescovo emiliano durante un incontro di formazione ha confidato ai presenti che ogni volta che si trova a parlare di famiglia e di vita viene considerato di destra, mentre quando parla di accoglienza ai migranti e ai poveri viene considerato di sinistra. Due testimonianze che chiariscono quale sia oggi il problema di fondo della rappresentanza dei cattolici in politica, ovvero le criticità diverse e in qualche modo speculari che ci sono nel centrodestra e nel centrosinistra. Una divaricazione presente da anni, ma che la “mutazione genetica” in corso sta rendendo sempre più difficilmente sostenibile. È una mutazione che mette in crisi mondi di tipo vario, ma in questa occasione voglio concentrarmi solo sulla rappresentanza dei cattolici. Anche qui occorre riconoscere il processo storico che si è andato dispiegando e comprendere alcuni errori gravi che sono stati commessi.

Dopo decenni di contiguità fra il mondo ecclesiale e la politica durante gli anni della Democrazia Cristiana, non senza acute sofferenze da parte di quei credenti che non si sentivano rappresentati da quella relazione diretta, è arrivata la seconda repubblica a porre fine all’unità politica dei cattolici. Una fine che è stata vissuta come un lutto da parte di alcuni e come un germe di speranza da parte di altri (io fra loro): la speranza che potesse esserci una alternanza democratica al governo, e che la preoccupazione di rappresentare anche i valori del mondo cattolico fosse presente sia nel centrodestra che nel centrosinistra. Non solo: che i cattolici, operando da cittadini – come giusto – in politica, potessero contribuire al bene comune e ad una condivisione di valori in cui potessero riconoscersi sia credenti che non credenti.

Ma, finita l’unità politica dei cattolici, nelle parrocchie si ritrovavano persone che votavano in modo diverso, e per non mettere a repentaglio la condivisione della fede (questa almeno è stata la motivazione più nobile che è stata fornita), si è dato mandato pressoché ovunque che nelle parrocchie non si dovesse più parlare di politica. E men che meno parlarne con persone impegnate in politica nei diversi partiti. Ho già avuto modo di spiegare in passato i motivi per cui considero questo un errore strategico enorme. In sintesi: perché è venuto a mancare un aspetto importante nella formazione delle persone, che rischiamo di pagare duramente soprattutto sui giovani. Poi perché sarebbe stato (e sarebbe ancora) davvero utile un confronto sui temi con le persone impegnate in politica, ovviamente mantenendo uno sguardo largo ed inclusivo rispetto alle diverse scelte possibili, invece in questo modo si è favorita l’incomunicabilità fra cattolici di orientamenti diversi. Infine perché così si è tolto ai candidati del mondo cattolico il dialogo con quel retroterra che avrebbe potuto aiutarli, orientarli e sostenerli, indebolendoli (in ogni schieramento) a favore dei candidati radicati in organizzazioni diverse o sostenuti da poteri finanziari.

Mi soffermo sull’incomunicabilità fra cattolici di orientamenti diversi, perché mi capita sempre più spesso di incontrare persone cattoliche che mi spiegano che non potranno mai votare la Lega perché non è cristiano abbandonare le persone in mare; oppure che non potranno mai votare il PD perché non è cristiana la deriva su gender, eutanasia ed altri temi etici. Il tono di voce è spesso del tutto analogo, le ragioni per motivare la contrarietà sono elaborate e convincenti. Appena qualcuno apre il confronto sul voto a favore appaiono immediate le esitazioni, ma la tendenza è comunque a dismettere come poco rilevanti i temi critici, dal punto di vista cattolico, dello schieramento verso cui è orientato il proprio voto.

Questa divisione fra i fedeli è purtroppo riscontrabile anche fra le gerarchie ecclesiali. Ci fu un tempo la stagione dei “valori non negoziabili” che insisteva soprattutto sulle criticità nel centrosinistra, orientando implicitamente i fedeli a votare verso destra, e ci sono ancora oggi vescovi che sono attenti soprattutto a questi temi. Poi, in particolare dopo l’avvento di Papa Francesco, si è andata rafforzando la posizione contrapposta, di coloro che parlano quasi solo di accoglienza e di migranti, orientando implicitamente a votare verso sinistra. In realtà il Papa dice cose chiare su un’ampia gamma di temi, spaziando dal dovere di accoglienza verso i migranti fino al pericolo educativo rappresentato dalla teoria del gender, ma l’eco mediatica è diversa a seconda degli orientamenti e ognuno in fondo ascolta solo la parte che preferisce. Peraltro, le divaricazioni si sono fatte profonde anche all’interno del mondo cattolico e delle gerarchie, che rischia di essere penetrato e polarizzato dalle divisioni politiche invece che capace di influire positivamente sulle posizioni della politica. Quindi il discorso, dal punto di vista ecclesiale, sarebbe ancora ancora più grave, ma non voglio allargare il tema fino a questo punto, e resto alla politica.

Nel rapporto con la politica, ci sono per fortuna vescovi che hanno un rapporto equilibrato come i pastori che ho citato all’inizio, anche se spesso le posizioni equilibrate sono accompagnate da grande prudenza. Poi ci sono esponenti ecclesiali che il rapporto con la politica lo praticano in proprio, riferendosi direttamente ai potenti di turno e sovente ottenendo anche risultati concreti, ma finendo così per aggravare la sostanziale crisi di rappresentanza del mondo cattolico. Infatti le condizioni che ho descritto hanno finito per produrre una situazione frammentata e di grave debolezza, aggravata dalla tendenza della politica a selezionare personale che non disturbi i manovratori. Oggi molti partiti sono sostanzialmente diretti da una sola persona, ed anche chi come il PD è nato con l’obiettivo di essere democratico sta scivolando verso forme di autocrazia, anche perché la dinamica correntizia (che a sua volta rischia di selezionare solo fedelissimi del capocorrente di turno) tende ad occuparsi più di suddivisione dei posti che di scelte ideali.

Torno quindi all’esempio fatto dal vescovo di Forlì nel 2019, per constatare che quasi nessun sedicente cattolico impegnato nel centrodestra oggi combatte nel proprio partito perché ci sia maggiore accoglienza verso le persone, più solidarietà e più pace. E ben pochi dei sedicenti cattolici impegnati nel centrosinistra combattono nel proprio partito per i valori della famiglia o per contrastare la deriva che ho descritto verso l’autodeterminazione come valore assoluto, con il corollario di sdoganare utero in affitto, prostituzione ed autodeterminazione del genere. Ora incombe anche il tema dell’eutanasia, con tanti a correre dietro anche a questa nuova “libertà” e gli altri zitti e muti, tutti incuranti del corposo lavoro che si era da poco fatto per varare una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Insomma, vedo tanti impegnati a fare le bandierine per portare voti al mulino del proprio partito, e pochi davvero disposti a combattere sui programmi e gli ideali. E quei pochi vengono tipicamente avversati ed ostacolati in casa propria, proprio perché sono “scomodi”.

In questo contesto che si è andato sedimentando negli anni, la mutazione genetica in corso rischia di avere conseguenze letali. Se il PD dovesse definitivamente assumere l’orientamento sui diritti rappresentato plasticamente da chi è stato nominato come referente nazionale sull’argomento, il rischio è che solo i cattolici-bandierina potranno trovare spazio nel partito, come poi di fatto è già ampiamente vero per quanto riguarda la rappresentanza parlamentare, decisa a tavolino da chi ha le redini del partito. Il mondo cattolico può permettersi la sostanziale sconfitta che sta già subendo sul piano culturale anche sul piano politico, contrastandola solo con qualche periodico tentativo poco più che patetico di riesumare l’unità politica dei cattolici? Siccome difficilmente si può riavvolgere il nastro della storia, penso che il futuro richieda la capacità di affrontare in modo nuovo le sfide. E forse varrebbe la pena porsi la domanda sul da farsi insieme agli altri mondi che questa mutazione genetica sta rendendo orfani di rappresentanza politica. Uno spazio di orfani a sinistra che rischia di essere più ampio di quanto molti degli attuali manovratori sospettino.

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  1. I NO VAX, ODIO E OTTUSITA’. PARTITI ORFANI DI IDEE. PD E MONDO CATTOLICO. POLEMICA SULLE FOIBE | c3dem - 3 settimanas ago

    […] dell’antipolitica all’ombra di Draghi” (Domani). Giuseppe Paruolo (Pd Emilia Romagna), “C’era una volta il Pd. Quale rappresentanza per il mondo cattolico?” (blog dell’autore). Salvatore Vassallo, “La geografia sociale di Bologna ha azzerato il […]