Ben venga una svolta sul woke, ma serve che sia vera

Da qualche settimana la stampa italiana racconta che negli Stati Uniti la sinistra democratica starebbe finalmente prendendo le distanze dalla cultura woke. Giancarlo Bosetti, oggi su Repubblica, cita la sconfitta della democratica socialista Francesca Hong alle primarie del Wisconsin e la battuta con cui Alexandria Ocasio-Cortez ha liquidato ridendo il proprio passato: “woke 1.0 era una follia”. È lo stesso filone di cui avevo scritto più di un anno fa, commentando su queste pagine un pezzo di Federico Rampini sul Corriere: anche allora mi chiedevo quanto tempo sarebbe servito perché lo stesso ripensamento arrivasse anche da noi.

Nella mia ormai lunga storia di impegno nel PD non ho mai avuto problemi a stare a sinistra su temi come ambiente e giustizia sociale — argomenti che, anche di fronte alla criticità della crisi climatica, considero battaglie sempre più urgenti. Ma ho combattuto, spesso in solitudine, la deriva woke che negli ultimi anni ha attraversato anche il mio partito. Anzitutto perché rischia di trascinare il PD su posizioni incompatibili con la sensibilità di chi è cattolico (e non solo), regalando alla destra elettori che su lavoro e diritti sociali sarebbero nostri naturali interlocutori. E poi perché sono battaglie iper-individualiste, spesso riservate a chi ha le risorse economiche e culturali per potersele permettere. Cosa che, a mio avviso, le rende intrinsecamente di destra, e non di sinistra.

Non sono il solo a pensarlo: la filosofa americana Susan Neiman — allieva di Rawls, non esattamente una reazionaria — sostiene da tempo che il woke sia tribalismo travestito da progressismo: mentre la sinistra autentica crede nell’universalismo, in una dignità umana condivisa al di là delle appartenenze, il woke ragiona per tribù identitarie, esattamente come ha sempre fatto la destra. Il sociologo Musa al-Gharbi arriva da un’altra strada alla stessa conclusione: il linguaggio della giustizia sociale, sostiene, è diventato soprattutto un segno di status per una nuova élite di “capitalisti simbolici” — accademici, giornalisti, professionisti della comunicazione — che se ne serve per legittimare la propria posizione più che per redistribuire davvero potere e risorse a chi ne ha meno.

Detto questo, prima di brindare alla svolta americana vale la pena guardarla più da vicino, perché è meno lineare di come viene raccontata qui da noi. La sconfitta di Hong in Wisconsin è arrivata per un margine minimo — lo 0,4% dei voti su varie centinaia di migliaia — in una corsa attraversata da spinte opposte che ne rendono ambigua la lettura come voto d’opinione: da un lato gruppi vicini ai repubblicani hanno speso milioni per sostenerla, calcolando che sarebbe stata l’avversaria più debole a novembre; dall’altro i suoi alleati naturali, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, hanno scelto di non appoggiarla, concentrandosi su altre corse. Ed è forse questo il segnale più interessante: se persino i due volti più riconoscibili della sinistra del partito preferiscono tenersi a distanza da una candidata identificata con posizioni radicali, è un indizio che qualcosa si muove anche ai piani alti, non solo nelle battute in tv.

Nello stesso ciclo elettorale altri candidati vicini ai democratici socialisti hanno vinto altrove, da Zohran Mamdani a New York a Abdul El-Sayed in Michigan — le loro campagne, però, hanno insistito assai più sui temi economici (affitti, sanità pubblica, soldi fuori dalla politica) che su quelli identitari, il che in qualche modo conferma che è in atto un ripensamento. Del resto lo scetticismo verso gli eccessi del woke non è una scoperta dell’ultima ora fra i democratici: già nel 2019 lo stesso Barack Obama liquidava pubblicamente il “purismo woke” da social media come qualcosa da cui liberarsi in fretta, ben prima che diventasse un argomento di convenienza elettorale.

La battuta di Ocasio-Cortez, peraltro, è stata contestata negli Stati Uniti sia da destra sia da sinistra: da destra come voltafaccia opportunistico, da sinistra (sul New Republic) come comoda riscrittura della storia per non pagare il conto di scelte passate. Un’analisi del centro studi Brookings coglie forse il punto in modo più preciso: gli elettori democratici non stanno abbandonando le posizioni economiche progressiste, arretrano proprio sugli eccessi identitari e culturali. Vale la pena tenerlo presente, e proprio per questo serve una svolta vera, non basta che chi ha issato per anni la bandiera del woke ora ci scherzi sopra in televisione: una battuta non è una garanzia.

Certo, è un po’ paradossale che, mentre il partito democratico americano si interroga sul proprio futuro, i volti nuovi non legati alla sinistra radicale si appiattiscano sull’etichetta di “moderati” e risultino per ora privi dello smalto e della carica della stagione obamiana. Non credo che basti il ripensamento, pur apprezzabile, di chi la deriva “woke” l’ha cavalcata, come la componente dei democratici socialisti: la prova di una svolta reale sarà proprio l’emergere di una classe dirigente non convertita all’ultimo minuto, ma che quella deriva l’ha sempre guardata con lo spirito critico che oggi va di moda scoprire.

In Italia vale lo stesso discorso, anche se va dato atto a Elly Schlein di aver ammorbidito, per tenere insieme un partito tutt’altro che omogeneo, alcune delle posizioni più identitarie che pure aveva contribuito ad affermare nel PD — anche grazie al sostegno, elettorale e organizzativo, di realtà come Social Changes, la struttura della democratica americana Jessica Shearer che negli anni ha finanziato la sua campagna regionale del 2020 e quella di diversi altri esponenti del partito vicini a quella impostazione culturale.

Ben venga, dunque, un ripensamento da parte di chi è stato in prima fila su quei temi. Ma la garanzia di una svolta vera, in Italia come negli Stati Uniti, non potrà venire soltanto da chi quella deriva l’ha cavalcata: dovrà essere dimostrata concretamente dal peso e dal ruolo di chi, spesso proprio per questo tenuto ai margini, quelle posizioni le ha sempre criticate.

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