Ho avuto il piacere di partecipare nei giorni scorsi, insieme a Flavio Fusi Pecci, alla presentazione del nuovo libro di Fortunato Costantino, “Il Qubit di Dio”, presso la Libreria Ubik di Bologna. È stato un incontro intenso, che ci ha permesso di trasformare la complessità della fisica quantistica in una riflessione profonda sulla nostra condizione umana nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il libro di Costantino è un invito a sollevare il “velo” del determinismo per abbracciare un paradigma più ampio. Ci sono molti spunti che ho particolarmente apprezzato e ne voglio citare alcuni che mi paiono fondati e urgenti:
L’unità che precede la separazione: il concetto di entanglement non solo come fenomeno fisico, ma come verità ontologica: siamo interconnessi in una tessitura invisibile dove l’altro non è un limite, ma parte di noi. Se lo capissimo davvero, guerre e conflitti perderebbero immediatamente di senso.
«L’entanglement ci costringe a riconsiderare la realtà come un’entità non disgiunta in frammenti distinti, ma come una tessitura invisibile di connessioni che, pur rimanendo celate, definiscono in modo profondo l’intero sistema.»
La scienza come soglia sacra: bella l’idea di una “scienza pellegrina”, che non pretende di dominare la verità ma si mette in cammino verso la scoperta di Dio.
«Così, al confine fra scienza e contemplazione, la conoscenza si fa preghiera. E il non ancora noto, il non conoscibile, il mistero, non è più un vuoto da colmare, ma uno spazio da abitare, con gratitudine.»
L’urgenza educativa: in un mondo che insegue tecnologia ed iperspecializzazione, il libro richiama l’importanza vitale delle discipline umanistiche per preservare empatia e senso critico.
«È anche l’unico modo che abbiamo per vincere l’inganno e il paradosso tragico del capitalismo tecnologico: lo stesso sistema tecnico che avrebbe voluto costituire un volano per l’elevazione culturale e simbolica dell’umanità, si è oggi trasformato in una macchina di assoggettamento psichico e di disintegrazione cognitiva.»
Come discussant, ho voluto offrire alcuni spunti critici per arricchire il dibattito e rendere la riflessione più solida, chiedendo all’autore di approfondire alcuni passaggi.
Ad esempio, l’autore critica giustamente la rigidità dello “0 o 1″, ma ho voluto ricordare che la rappresentazione binaria — per i matematici in particolare — è sempre stata un’approssimazione dichiarata, non una pretesa di perfezione. Allo stesso modo, l’intelligenza artificiale, spesso descritta in termini deterministici, si discosta in realtà dagli algoritmi procedurali classici: la sfida del “governo” delle reti neurali è, per questo, ancora più complessa. Infine, pur affascinato dall’analogia tra qubit e divinità, resto convinto che nessuna scoperta scientifica possa essere considerata il “disvelamento finale”: ogni epoca ha creduto di aver raggiunto il livello ultimo della conoscenza, ma Dio e la realtà tendono sempre ad andare “oltre”.
Ho trovato le risposte dell’autore a queste sollecitazioni genuinamente riflessive: un approccio competente ed umile al tempo stesso, che ho apprezzato molto.
Il libro non è un testo specialistico sul quantum computing, ma la prospettiva del calcolo quantistico è un’occasione per riflettere sulla vita e sul mistero, nella consapevolezza che strumenti potenti richiedano anche un approccio etico e orientato al bene comune.
«Non basterà sviluppare tecnologie potenti: occorrerà interrogarsi sul senso del loro utilizzo, sulla qualità delle intenzioni che le guidano e sulla capacità collettiva di orientarne gli esiti verso il bene comune.» E ancora: «Se sapremo farne un bene comune cognitivo, un’infrastruttura di senso prima ancora che di calcolo, allora il salto quantico non sarà solo scientifico ma civile e antropologico. La sfida non è più solo comprendere il mondo, ma decidere quale mondo vogliamo rendere possibile.»
In conclusione, “Il Qubit di Dio” è un libro che aiuta a pensare. È una lettura che consiglio a chiunque non voglia rassegnarsi a una visione meccanicistica dell’esistenza. Fortunato Costantino si è cimentato con un tema di straordinaria complessità, riuscendo nell’impresa di essere davvero stimolante. La sua non è una lezione dogmatica, ma un’esplorazione che apre porte e accende domande. È, in ultima analisi, una chiamata a una riflessione che ognuno deve portare avanti nel proprio intimo, diventando co-protagonista di un futuro che ci chiama, anzitutto, a prendere coscienza della profondità delle sfide che abbiamo davanti.

