Senza valutazione del merito (a partire dalla scuola) non andremo lontano

noinvalsi.jpgCosa penseremmo di un politico che dicesse di volere rimanere fermo nell’incarico che occupa senza doversi sottoporre al giudizio popolare? O di un chirurgo che pretendesse di operare indipendentemente da una valutazione delle proprie capacità? In fondo entrambi potrebbero argomentare che non è da tutti avere le competenze giuste per giudicarli, come ha detto quel (peraltro bravo, nel caso specifico) insegnante di matematica che ha spiegato che non può essere valutato dalla sua dirigente perché è una grecista. Fatto sta che se c’è una cosa che si percepisce nello sciopero degli insegnanti dei giorni scorsi è proprio l’accanita contrarietà ad essere valutati.

Per questo passa in secondo piano il fatto che questa riforma della scuola per la prima volta da decenni investa 3 miliardi all’anno nella scuola, preveda l’assunzione di 100 mila insegnanti, investimenti in formazione e tecnologie e molte altre cosa ancora che trovate ben elencate in questo bell’articolo un po’ scanzonato. Sempre per questo si fa fatica a parlare non solo dei pregi, ma anche di ciò che si potrebbe (si dovrebbe) migliorare nella riforma. Miglioramenti da apportare non tanto e non solo nell’ottica di cercare di accontentare tutti-tutti, ma piuttosto finalizzati a creare pienamente le condizioni perché questa riforma possa rappresentare un punto di svolta e l’impulso verso una scuola più attenta al merito e alla qualità. Servono migliori equilibri, investimenti anche in personale non docente, meccanismi di supporto alle responsabilità ed è (anche) di questo che varrebbe la pena di parlare.

Dovrebbe infatti essere chiaro a tutti che gli insegnanti sono importantissimi, ma la scuola non è solo il loro luogo di lavoro; e non basta neppure ricordare l’ovvietà che nella scuola ci sono i nostri figli, perché la scuola non è nemmeno solo delle famiglie: la scuola è di tutta la collettività, perché è il luogo dove le nuove generazioni si formano per dare il loro (decisivo) contributo all’intera società. Dalla qualità della scuola dipende il futuro di tutti noi, la prospettiva di civiltà e di PIL del Paese, la competitività delle aziende e la solidarietà fra le persone, le risorse per pagare la sanità, l’assistenza ai non autosufficienti, i servizi sociali. Solo una scuola capace di sfornare uomini e donne all’altezza del domani può contribuire a far ripartire un sistema-paese da troppi anni sofferente e in declino. Perché tutto ciò avvenga è fondamentale che sia fondata sul merito e sulla valutazione: degli studenti, degli insegnanti, dei dirigenti, di tutti.

Trovo quindi pienamente accettabile che si ragioni sul come fare le valutazioni, ma non che si metta in discussione il se: da troppi anni stiamo sopportando l’insopportabile – non per noi, ma per il Paese. La deriva del “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”, per dirla con le parole di una vecchissima canzone, ci ha già portati nel fosso,ora occorre spingere di nuovo in strada l’auto e spingere per ripartire.

Lo so, c’è chi pensa che sia tutta colpa dell’euro, delle politiche di austerità, che basterebbe un bel piano statale di investimenti per creare lavoro, che bisogna resistere nella difesa di ogni privilegio perché la colpa è sempre di qualcun altro, andate piuttosto a dare la caccia ai ricchi e agli evasori, mentre noi resistiamo ad ogni tentativo di inserire criteri di merito nella scuola o altrove, e tutt’al più organizziamo convegni sul reddito minimo di cittadinanza (dopo l’esperienza bertinottiana le 35 ore vanno meno di moda, ma vedrete che prima o poi torneranno). Vorrei sommessamente dire a costoro che se facciamo ripartire il Paese, non solo in termini di civiltà ma anche di produzione di risorse – e possiamo farlo solo basandoci sul merito – potremo avere le risorse anche per il reddito minimo di cittadinanza, altrimenti stiamo semplicemente ballando sul Titanic. A chi parla di economie alternative e solidali, tema che sta a cuore anche a me, ricordo che è una profonda valutazione sul merito delle questioni quella che può farci assumere strade diverse da quelle tradizionali, e non certo una balcanizzazione dell’insegnamento. E la libertà di insegnamento non può essere il paravento per procedere a schema libero e di conseguenza avere la scusa per rifiutare le prove e le valutazioni. Le prove Invalsi non sono perfette? Miglioriamole, cambiamole, ma non cerchiamo scuse per scantonare dal cuore del problema. Senza valutazione, senza merito, siamo a fine corsa.

Rileggendo una pagina del numero 3 del Mosaico (correva l’anno 1995) mi accorgo che sono passati 20 anni ma ciò che dicevamo allora è ancora di bruciante attualità. Ora finalmente siamo arrivati con questa riforma a mettere a tema ciò che davvero conta, forse in modo ancora approssimativo e bisognoso di ulteriori rinforzi, ma ci siamo quasi. Per questo vedere scatenarsi lo tsunami dei conservatorismi sedicenti di sinistra e le barricate di docenti e studenti che rifiutando ogni valutazione vogliono tenere l’Italia e la scuola ferma nella situazione in cui è lentamente scivolata (e il Paese con lei), francamente mette un po’ di tristezza. Ma è un punto su cui non si può retrocedere: non c’è futuro per un Paese incapace di mettere il merito delle persone e delle questioni alla base delle proprie dinamiche sociali, a partire dalla scuola.

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