Jobs Act e coperte di Linus

17 ottobre 2014 Economia, Politica nazionale

Ammetto di essere interessato non solo sul piano politico ma anche sul piano psicologico e culturale alla fenomenologia di coloro che in questi giorni protestano contro l’intenzione del governo di modificare la legislazione sul lavoro. Vorrei stare alla sostanza, senza andare sul piano del linguaggio che però in questi giorni per colpa di qualcuno ha toccato punte di inusitata durezza. Mi auguro solo che chi pensa che essere sindacalista (lo stesso varrebbe per un politico) comporti un’esenzione dalla civiltà si ravveda e provi a spiegare le proprie ragioni senza più scendere in attacchi personali. Da questo punto di vista piena solidarietà a Filippo Taddei e ai sindacalisti della Cisl che sono stati offesi.

Ma veniamo al merito: ieri – come hanno scritto i giornali – sono scesi in piazza operai, studenti e pensionati per protestare contro il governo. Operai, studenti e pensionati evidentemente nostalgici del PD di qualche tempo fa, quando eravamo il terzo partito fra i giovani e lavoratori, perché continuavamo a non fare le riforme o a farle a metà. Come ha detto il mio collega e amico Antonio Mumolo “Due anni fa la Fornero ha modificato l’articolo 18 senza che ne sia scaturito un solo posto di lavoro”, senza che naturalmente lo sfiorasse il sospetto che le mezze riforme non hanno mai risolto i problemi. Come lui, molti altri pensano che per cominciare a riformare il sistema occorra iniziare da qualcos’altro. E da cosa? Di solito la risposta è che occorre abbassare le regole di austerità, che tradotto vuol dire convincere l’Europa a darci i soldi che non abbiamo per provare a rilanciare l’economia agendo (come da tradizione italiana) sul fronte della spesa.

In fondo qui si confrontano due scuole di pensiero, due tradizioni ben presenti nel nostro paese: quella per la quale ci si deve anzitutto rimboccare le maniche e darsi da fare in proprio, poi se arrivano anche degli aiuti ben vengano; e quella invece di chi pensa che la colpa sia sempre e comunque di qualcun altro e che quindi tocchi ad altri fare il primo passo. Ecco quindi rispolverate le coperte di Linus, che sul fronte economico nei populismi grillini e di certa destra si traducono nel dare la colpa all’Euro, mentre nella piazza di ieri alla politica del rigore: se non è zuppa è pan bagnato.

Il tutto mentre un esercito sterminato di giovani è senza diritti, abbondano forme varie di precariato, e ciò nonostante gli investitori seri (che giustamente non possono pensare di vivere di espedienti in materia di politica del lavoro) stanno alla larga. In questo contesto, chi si rende conto della situazione – come il governo guidato da Matteo Renzi – e prova a spostare le tutele dal posto di lavoro al lavoratore, allargandole all’enorme platea dei senza diritti e al tempo stesso cercando di sbloccare l’impasse rilanciando gli investimenti e favorendo la creazione di nuovi posti di lavoro, viene fatto oggetto di un’ondata benaltrista con ben poche prospettive.

Perdonate il parallelo, ma ciò mi ricorda molto quando il sindaco Guazzaloca insisteva a dire che Sirio era inutile, poiché era stato installato senza che il traffico in centro calasse. Piccolo dettaglio: non lo aveva mai acceso, e infatti quando dopo lo accendemmo si scoprì (sorpresa!) che invece a qualcosa serviva. Così fa oggi chi sulla base delle esperienze delle mezze riforme passate prova a schivare l’oliva di una riforma del lavoro ampia, seria, equa e finalizzata alla creazione di nuove opportunità di lavoro, che è ciò di cui abbiamo invece un grande bisogno.

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