Guida ragionata al congresso del PD di Bologna

31 agosto 2017 Politica locale

Questo congresso è complicato, con chiavi di lettura a più livelli. Vorrei provare a raccogliere qui una serie di elementi fattuali e di collegamenti che consentano di comprenderne meglio possibile le logiche. Sono cosciente di proporre il mio punto di vista, ma vorrei provare a farlo cercando di essere il più oggettivo possibile. Per questo, se chi legge trovasse contraddizioni o affermazioni che ritiene poco fondate, è pregato di segnalarmele: ogni contributo intellettualmente onesto è ben accetto. (31 agosto)

1. La quiete prima della tempesta

“Il sindaco lancia il bis di Critelli e stoppa la corsa di Rizzo Nervo: «Il mandato da assessore va finito»” titola il Corriere di Bologna il 30 marzo 2017 pubblicando una lunga intervista al sindaco Virginio Merola. La seconda amministrazione Merola non ha ancora compiuto un anno, e nonostante vi siano dei movimenti che tendono a mettere in discussione il segretario Critelli e qualcuno faccia già il nome di Rizzo Nervo come possibile alternativa, appare ancora saldo il patto fra sindaco al secondo mandato e il segretario del partito in procinto di rinnovare il proprio incarico. Proprio in quei giorni si sta votando nei circoli per il segretario nazionale, e un mese dopo ci sarebbero state le primarie. Nel congresso nazionale Merola, Lepore, De Maria e Critelli sostengono la mozione Orlando, mentre Rizzo Nervo che in passato aveva sostenuto Civati stavolta sostiene la mozione Renzi, diventando a Bologna il punto di riferimento di Orfini. Orfini fino a pochi giorni prima era legato a persone vicine a Critelli, ma le loro strade si dividono perché Orfini sceglie di sostenere Renzi mentre Critelli sostiene Orlando.

2. L’unità dei renziani

Al congresso nazionale Renzi prevale nettamente a Bologna fra gli elettori (72%) come già era accaduto alle precedenti primarie del 2013, ma per la prima volta vince anche nei circoli, fra gli iscritti: di misura a Bologna città (per 51 voti), più largamente sull’intero territorio della federazione (quasi 60%). Nei giorni successivi commenti e interventi sottolineano come, pur senza automatismi, sia ipotizzabile una candidatura dell’area renziana anche alla segreteria provinciale. Il tema si esaurisce perché in quel momento non si conosce la data in cui si terranno i congressi provinciali.
All’inizio di luglio, un po’ all’improvviso, vengono indetti per l’autunno i congressi provinciali. Ma nessuna riunione dell’area renziana viene più convocata, nessuna candidatura viene esaminata né tanto meno decisa in modo collegiale, e nel frattempo la situazione precipita verso candidature del tutto trasversali alle mozioni nazionali. Chi ancora oggi si attarda ad evocare l’unità dei renziani sul congresso provinciale, lo fa in modo tardivo o strumentale.

3. La tempesta su Critelli

Pochi giorni dopo l’indizione dei congressi provinciali, cominciano gli attacchi a Critelli sui giornali. L’incipit è il 16 luglio con Federica Mazzoni, consigliera comunale orlandiana (“E’ un PD piccolo e chiuso in se stesso, ci serve una discussione vera, i congressi unitari ci stanno uccidendo”). Prosegue il 20 luglio Daniele Ara, presidente di quartiere orlandiano (“I dirigenti del PD sono distanti dalla gente, servirebbe un partito che sta in mezzo ai problemi, serve un congresso vero”). Il 22 luglio in modo ancora più esplicito attaccano sul Carlino l’ex segretario Raffaele Donini, ora assessore regionale e renziano (“Basta chiudersi in ufficio, torniamo fra la gente”, – titolo dell’intervista: “Sfratto renziano a Critelli”) e sul Corriere Andrea Colombo, già assessore nel primo mandato Merola e ora consigliere comunale, orlandiano (“Partito silente, a rischio estinzione, si cambi” – titolo: “Torna Colombo e rottama Critelli”). La vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini, renziana, condivide l’intervista a Donini e aggiunge che “Serve ora più che mai un rinnovamento reale e un congresso vero”. L’area renziana che fa capo a Marco Lombardo, consigliere comunale e già vice-segretario di Donini, vara un documento in cui definisce “inadeguata” la segreteria di Critelli e il 26 luglio Lombardo dichiara di essere pronto a candidarsi contro Critelli a meno che Rizzo Nervo non accetti la candidatura. Tutti gli interventi citati sono di persone attualmente schierate a sostegno della candidatura di Luca Rizzo Nervo: è evidente come vi fosse già un fronte pronto a marciare unito e che appena è arrivata la convocazione dei congressi ha dato il via ad una concertazione di attacchi. Unito da quanto tempo e su quale progetto è la domanda chiave per riuscire a capire la dinamica congressuale in atto.

(3 settembre)

4. Virginio & Andrea

Da diversi anni Virginio Merola e Andrea De Maria rappresentano due punti di riferimento del mondo PD bolognese che viene dalla storia PCI-PDS-DS. Due centri di aggregazione distinti e a volte in competizione, non troppo amati ai piani alti romani e regionali ma comunque riconosciuti. Ricorderete quando nel novembre 2010 entrambi riuscirono a raccogliere le firme nell’assemblea cittadina del PD per candidarsi alle primarie, superando mille ostacoli – posso dirlo da testimone oculare. Bersani alla fine diede semaforo verde a Merola per correre da sindaco e avviò De Maria verso il parlamento. I due hanno caratteri e anche stili politici molto diversi. Più radicato in città, imprevedibile, alla ricerca dell’innovazione e anche abituato a cambiare parere Virginio, che è passato da Bersani a Renzi e poi a Orlando ma è anche molto vicino a Pisapia. Più forte in provincia, sempre uguale a se stesso e stabile politicamente Andrea, che è rimasto sulla linea della tradizione da Bersani a Cuperlo a Orlando, ma sempre con un’attitudine al dialogo e alla mediazione che gli fa avere buoni rapporti anche con Renzi. Ultimamente si erano ritrovati entrambi su Orlando, e col nuovo mandato amministrativo avevano trovato una fase di intesa profonda, suggellata da un libro scritto “Insieme”. Una fase che aveva tutte le premesse per poter durare nel tempo, visto che Virginio è al secondo mandato e conoscendo il carattere di Andrea, ma che con questo congresso – al di là delle dichiarazioni di reciproca cortesia – incontra uno stop improvviso.
Qui per comprendere non dobbiamo ragionare da “renziani”. Perché per Renzi può avere senso sia avere un segretario vicino, sia anche lasciare la segreteria di Bologna alla minoranza, posto che Critelli con il segretario nazionale è sempre stato leale, schierando la federazione sulle battaglie cruciali come quella referendaria e arginando localmente gli esiti della fuoriuscita di Mdp. Ma di sicuro non ha alcun senso per la minoranza orlandiana rinunciare spontaneamente alla segreteria del PD di Bologna. Dobbiamo quindi metterci dal punto di vista degli orlandiani bolognesi e cercare di capire perché alcuni di loro abbiano un interesse locale così forte a sfrattare Critelli e a determinare la rottura del sodalizio fra Merola e De Maria, al punto da essere disponibili ad una rinuncia simbolica così importante come la segreteria del partito bolognese. Chiaramente una rinuncia formale: non è che abbiano lasciato scegliere il candidato al campo renziano, lo hanno scelto loro insieme ai renziani che pareva a loro. Ma è comunque una rinuncia simbolicamente importante, e ricca di conseguenze.

(5 settembre)

5. Un progetto che viene da lontano

Da una mamma ci si aspetta che non faccia differenza fra i figli: può forse avere più affinità con qualcuno, ma di solito sta attenta a non farsene accorgere. Con un sindaco è un po’ la stessa cosa: ecco perché di solito non prende parte in una contesa nel partito dall’esito incerto, ma si spende per favorire soluzioni unitarie o comunque per smorzare le contrapposizioni. Il motivo è evidente: il sindaco non ha nulla da guadagnare da una situazione conflittuale, anzi ha tutto da perdere. Qui invece abbiamo assistito ad una rapida escalation che ha visto il sindaco protagonista. Nel giro di pochi giorni, in luglio, Merola è passato dall’essere considerato ago della bilancia al via libera a Rizzo Nervo; poi ha stoppato tutte le candidature chiedendo di parlare di contenuti e solo dopo l’estate di nomi; ma il giorno dopo Rizzo Nervo si è candidato e il sindaco gli ha prontamente espresso il suo appoggio.
Pur conoscendo bene Virginio, non so dire quanto sia stata un’idea sua e quanto ci sia arrivato perché (mal) consigliato oppure spinto. Di sicuro i segnali di una spinta ci sono tutti. Ricordate la fronda di Palazzo d’Accursio, emersa nel dicembre dell’anno scorso? Nata per fare le bucce al Passante di mezzo (attenzione al tema) e all’assessora preposta (Irene Priolo), era poi emerso che fosse opera di un gruppo di lavoro, informale ma strutturato, che radunava otto consiglieri comunali del PD più Amelia Frascaroli. All’inizio era apparsa una mossa contro il sindaco; Merola aveva invocato l’aiuto di Critelli per sedare la rivolta; il segretario era intervenuto, ma era stato rimpallato al punto da ritrovarsi in pratica la fronda contro di lui. Successivamente Merola con un mini rimpasto aveva cambiato l’assessore ai rapporti con il consiglio, assegnando la delega proprio a Rizzo Nervo. I giornali parlarono di Matteo Lepore come regista occulto della fronda, ed è un fatto che i consiglieri del PD coinvolti allora – renziani, orlandiani, retedem – sono oggi tutti sostenitori di Rizzo Nervo. Il quale, nelle interviste in cui annuncia ufficialmente la sua candidatura (3 settembre), fra le colpe dell’attuale segreteria cita: “non si può prendere una decisione come quella sul Passante di mezzo senza convocare una direzione del partito”. Si tratta proprio del tema su cui si era palesata la fronda nel dicembre scorso!
Mi pare quindi evidente che le prove tecniche della corrente trasversale che è emersa oggi per proporre Rizzo Nervo come segretario, andassero avanti in modo carsico da mesi: da molto prima del congresso nazionale e della scelta di Rizzo Nervo di sostenere Renzi al congresso. Se il sindaco a fine marzo aveva stoppato l’ipotesi di candidatura dell’assessore, significa che fino ad allora non la condivideva, dunque avrà cambiato parere successivamente, visto che oggi appare regista e principale sponsor della candidatura. Se non era lui che ci lavorava da mesi, le figure chiave di questo accordo trasversale sono stati l’antirenziano Matteo Lepore e il renziano Marco Lombardo. Cosa poteva e può legare in modo così forte figure così politicamente distanti, da fare sì che (insieme ad altri) pianificassero con largo anticipo il progetto di candidatura che oggi si è palesato? E’ una domanda essenziale per comprendere la posta in gioco.

6. Il ritorno del Passante

Nel luglio di quest’anno, il Comune ha dato via libera a Tper per emettere obbligazioni, nonostante seri dubbi sollevati da un’interrogazione che ho presentato con altri colleghi del PD in Regione, e l’astensione dal voto in Consiglio di Piergiorgio Licciardello e Raffaella Santi Casali. Il sindaco ha scritto sulla sua newsletter che abbiamo l’attitudine a “combattere battaglie di retroguardia anziché alzare lo sguardo verso lo sviluppo e l’innovazione”.
Nello stesso mese, si è consumata una faticosa discussione sullo statuto di Bolognafiere dopo la quale il sindaco ha nominato tre consiglieri di amministrazione. Ha fatto molto discutere il fatto che una di esse fosse la moglie del capogruppo del PD in Comune, e io ho segnalato che non mi pare questo l’unico aspetto discutibile nelle scelte fatte. Intervistato, Lombardo ha difeso le nomine.
Sempre in luglio, ho rinnovato la richiesta che l’interramento cittadino della linea ferroviaria Bologna-Portomaggiore prevedesse, o quanto meno non precludesse, il raddoppio della linea. E’ un tema datato, e ho ripetuto quanto anni fa condiviso nel forum PD competente, prima che Critelli lo cancellasse come tutti gli altri. Oggi come allora, ci è stato risposto che l’avvio dei lavori è imminente e quindi non c’è tempo per cambiare il progetto. Lo ha fatto Claudio Mazzanti col suo consueto aplomb, vale a dire facendo una gran confusione su numeri e procedure e invitandomi a parlare piuttosto della “disfatta subita per gli errori del nostro segretario nazionale” (parole sue).
Sono tre questioni amministrative importanti su cui io e altri abbiamo avanzato critiche assai motivate, ma che sono state difese a spada tratta da importanti sostenitori di Luca Rizzo Nervo. Se la critica a Critelli è quella che il partito non ha discusso abbastanza di scelte amministrative fondamentali, la condivido. Ma invece di chiedere a Critelli di discuterne, su questi tre esempi recentissimi i rizzonerviani hanno fatto muro, e noi di #perdavvero, come accade spessissimo su questioni delicate, siamo stati lasciati soli.
E quale esempio invece cita lo stesso Rizzo Nervo per lamentare l’assenza di approfondimento politico in direzione? Uno di questi casi recenti? No, figuriamoci. Cita invece una decisione assunta quasi due anni fa: la scelta di abbandonare il Passante Nord e procedere invece con l’allargamento in sede di tangenziale e autostrada, noto come Passante di mezzo o anche come Passante di Bologna. Svolta avvenuta nel novembre 2015 ed adottata peraltro dalla Giunta comunale di cui lui stesso faceva parte. Che Luca citi proprio il Passante è davvero singolare e significativo.
Se c’è una vicenda opaca e a tratti surreale è proprio quella del Passante Nord, su cui io e pochi altri (in particolare alcuni dei sindaci dei territori attraversati) ci siamo espressi in senso contrario fin dal 2013. All’inizio in solitudine e poi (i fatti sono argomenti testardi) convincendo pian piano altri, fino alla svolta condivisa da Merola e Critelli nel novembre 2015. Certo, occorre che l’allargamento venga realizzato bene e dimostrando coi fatti ai cittadini delle zone accanto all’asse viario che la qualità ambientale migliorerà rispetto ad ora. Ma se a me chiedessero quale sia uno dei principali meriti del sindaco Merola (e del segretario Critelli), risponderei citando proprio quella svolta. Per due motivi: perché in quella occasione la politica bolognese ha fatto una scelta chiara, rinunciando ad un progetto che avrebbe comportato la perdita di 700 mila ettari di terreno agricolo per realizzare una nuova autostrada che non aveva più alcuna ragione d’essere; e perché ha avuto il coraggio di scontentare diversi interlocutori del mondo economico bolognese, a partire dall’associazione dei costruttori fino ad Unindustria.
E’ solo un caso che sia stata proprio quella scelta a essere messa nel mirino dalla fronda di Palazzo d’Accursio alla fine dello scorso anno? E che oggi venga citata da Rizzo Nervo come esempio di scelta non sufficientemente istruita dal partito? Auguriamoci che sia solo una fortuita combinazione, e che arrivino chiarimenti utili ad allontanare il dubbio che la si voglia rimettere in discussione. Ma soprattutto auguriamoci che i candidati abbiano il coraggio di prendere posizione anche sulle diverse decisioni discutibili che solo noi di #perdavvero abbiamo avuto finora il coraggio di contestare. Le più recenti sono proprio le obbligazioni di Tper, le nomine in Fiera e il raddoppio della linea SFM2: cominciate da quelle.

(11 settembre)

7. Breve storia dei renziani bolognesi

Alle primarie del 2012 eravamo talmente in pochi che i giornali facevano l’elenco quasi solo dei renziani, perché tanto gli altri erano “tutti per Bersani” (come recitava lo slogan dei sostenitori dell’allora segretario). A Bologna Bersani vinse largamente con due terzi dei voti (e il 70% in città). Alle primarie post-natalizie per le liste parlamentari nessuno dei nostri ce la fece, cosicché ancora oggi a rappresentare i renziani bolognesi a Roma sono solo deputati e senatori che lo sono diventati dopo, nel corso della legislatura.
Se i renziani del 2012 erano soprattutto persone animate dal desiderio di un forte cambiamento e poco timorose di finire in minoranza, nel 2013 anche una parte significativa di quella che era stata la maggioranza bersaniana divenne renziana. Un incontro che è stato bello e proficuo a livello di base, ma che fra dirigenti si è rivelato problematico. Noi allora non lo sapevamo e li accogliemmo a braccia aperte, allargando il coordinamento renziano in vista delle primarie di fine 2013. Entrarono Marco Lombardo, vice-segretario di Donini, e Simone Gamberini, sindaco di Casalecchio, in rappresentanza dei nuovi sostenitori di Renzi, fra cui figuravano anche il sindaco Virginio Merola e l’assessore Matteo Lepore. Il primo sacrificio fu chiesto a chi fra noi avrebbe voluto che sfidassimo il segretario uscente Raffaele Donini in nome del rinnovamento: per restare uniti, decidemmo invece di sostenerne la ricandidatura. Alle primarie del 2013 Renzi restò in minoranza fra gli iscritti bolognesi (35%) ma vinse largamente fra gli elettori (64%).
Nel febbraio 2014 ci fu un appuntamento significativo: le primarie per i sindaci in vista delle amministrative. I renziani furono uniti nel sostenere una candidatura in ognuno dei 14 comuni in cui si votava, vincendo in 7 casi. Occorre certo tenere conto anche delle dinamiche locali, ma alla fine dovemmo constatare che a vincere furono soprattutto renziani della seconda ora, ovunque sostenuti coralmente da tutti i renziani. Viceversa, in alcune competizioni quelli della prima ora furono lasciati soli a sostenere candidati che finirono per perdere per una manciata di voti: a Castel Maggiore per 51 voti su oltre 2300 votanti, ad Argelato per 61 voti su quasi 2000 votanti, a San Pietro in Casale per 49 voti su quasi 1500 votanti. Per molti di noi, la vicenda costituì un campanello di allarme: i nostri nuovi compagni di strada erano ben disposti a ricevere supporto, assai meno a concederlo.
La conferma arrivò a luglio, quando improvvisamente finì la legislatura regionale per le dimissioni di Vasco Errani. Pochi giorni dopo, senza che ci venisse anticipato nulla, fu varata l’area “+Dem” che sostanzialmente divise i renziani. Fra i fondatori Marco Lombardo, Matteo Lepore e Francesca Puglisi. Il raggruppamento comprendeva anche non renziani, come Luca Rizzo Nervo, e pochissimi renziani della prima ora, come Benedetto Zacchiroli e Saverio Vecchia. I “+Dem” uscirono con grande enfasi sulla stampa, mettendo in chiaro di non volere essere una corrente. Subito dopo si presentarono a chiedere una quota nelle regionali: siccome io ero uscente e ricandidato, nell’ipotesi di un ticket chiesero che la candidatura femminile fosse loro espressione. Con qualche mal di pancia, nell’area renziana accettammo anche questa forzatura. Nel frattempo si tennero le primarie per la presidenza della Regione, in cui tutti i +Dem e Salvatore Vassallo sostennero Stefano Bonaccini mentre molti di noi andarono inizialmente su Matteo Richetti e in parte su Roberto Balzani, salvo ritrovarci su quest’ultimo dopo il ritiro di Richetti (mentre Zacchiroli dopo Richetti scelse Bonaccini). Arrivammo così alle elezioni regionali.
Ma la collaborazione si faceva sempre più difficile. A forza di sentire belle parole cui corrispondevano comportamenti assai meno generosi, e avendo sperimentata l’attitudine a caricare sugli altri la colpa di forzature e rotture che erano loro a generare, avevamo la sensazione che il loro unico obiettivo fosse assumere il pieno controllo dell’area renziana. Come peraltro era di fatto avvenuto in altri territori: per esempio, se voi oggi andaste ad Imola chiedendo di parlare con il referente principale dei renziani locali, vi indirizzerebbero senza indugio verso l’ufficio del sindaco Daniele Manca, renziano dal 2013. Tutto questo senza considerare la distanza sui temi e sui programmi, che è poi il punto essenziale, ma di questo parlerò in un capitolo successivo, insieme ai possibili significati del termine “renziani”: per adesso mi accontento di usarlo nel senso inteso dai giornali.
Le cose precipitarono quando dopo le regionali Donini divenne assessore e si aprì il tema della successione alla segreteria. Sui giornali una coalizione trasversale chiese a gran voce un nuovo congresso, mentre De Maria e Critelli si orientavano verso una decisione in assemblea, agevolati dalla convergenza della minoranza di Luigi Tosiani verso la loro componente. Ad inizio 2015 Marco Lombardo mi chiese un incontro, in cui mi disse che voleva candidarsi a segretario (i giornali avevano già fatto il suo nome come possibile candidato spinto “dai +Dem di Matteo Lepore”) e che ambiva al sostegno di tutta l’area renziana. Io gli esposi i miei dubbi sulla sua candidatura, e in particolare gli chiesi di giustificare politicamente il sostegno che mi disse avrebbe potuto ottenere dall’area civatiana di Mumolo e Schlein e da altri segmenti cuperliani del partito. La discussione proseguì in chiaro sulla mailing list renziana, dove entrambi riferimmo del nostro colloquio, ma nel confronto che seguì lui ignorò i problemi posti da me e da altri. Questo portò infine alla nostra decisione di candidare Dario Mantovani. Lombardo peraltro aveva subordinato la propria disponibilità a correre a due condizioni: avere il consenso di tutta l’area renziana e che ci fosse un vero congresso e non un voto in assemblea. Nessuna delle due circostanze si verificò, ma poi si candidò ugualmente. Dopo quella vicenda, noi abbiamo proseguito come PerDavvero, salvo riunirci con gli altri sostenitori di Renzi in occasione degli appuntamenti nazionali, come accaduto per il congresso della primavera 2017.
Fin qui la storia, raccontata dal punto di vista di chi aveva sostenuto Renzi dall’inizio. Ma per capirla davvero occorre mettersi dal punto di vista di chi arrivò nel 2013 a cercare di prendere in mano le redini dell’area renziana. E per comprendere il loro punto di vista, dobbiamo fare un passo indietro e parlare di eredità.

8. L’eredità del PCI e il bivio fra autoreferenzialità e subalternità

Qui voglio parlare dell’eredità morale (quella materiale meriterebbe altri discorsi e approfondimenti), del fascino antico del partito a Bologna. Scrivo “il partito” perché semplicemente così qui a Bologna ci si riferiva al PCI un tempo, e via via alle sigle successive, ed attualmente al PD. Qui il PCI negli anni ‘60, quando sono nato, era un partito con oltre 100 mila tesserati e il cui gruppo dirigente dalla sede di via Barberia esercitava un governo capillare, e non solo sulla politica e sull’amministrazione pubblica. Come fosse la situazione a quei tempi, un po’ l’ho imparato crescendo, un po’ l’ho letto sui libri, un po’ ho avuto la fortuna di sentirmelo raccontare da alcuni protagonisti di quella stagione. Da quei tempi la società e il partito si sono trasformati profondamente, gli iscritti sono calati di un ordine di grandezza, il potere reale si è ampiamente ricollocato in altri luoghi, ma nonostante tutto ciò il fascino del partito di Bologna e della sua storia rimane.
Se si cerca su Google “federazione più grande” (fra virgolette) i primi risultati parlano del PD di Bologna. Quando uno dei grandi vecchi di un tempo ti stringe la mano e ti dice qualcosa, ti senti investito dal dovere di provare ad essere all’altezza della storia che lui e altri hanno rappresentato.  Fa piacere naturalmente stringere la mano anche a un vecchio democristiano, e anche in quel caso respiri la storia, ma non è la stessa cosa, perché qui la DC e gli altri partiti non erano “il partito”. Se è una sensazione che comprendo io, che nel PCI non sono mai stato, figuratevi come la vive chi ci è cresciuto dentro. Lo dico perché è importante capire che per molti dirigenti del PD di oggi non è in gioco semplicemente una questione di potere o i risvolti pratici derivanti dall’esprimere la segreteria, ma qualcosa di più profondo ed evocativo. Prima di tutto c’è il bisogno di sentirsi all’altezza del proprio passato, fare onore alla propria storia: per questo avere il controllo del partito di Bologna per tutti loro vale tanto di più. Ciò è talmente vero, che storicamente Bologna corre da sempre il rischio di bastare a se stessa: ai tempi del PCI, la federazione bolognese, pur essendo la più corposa, contava poco nelle dinamiche nazionali; ed anche oggi nel PD rischiamo di lasciarci mangiare in testa sia a livello regionale che nazionale.
Vivere il partito come se fosse il centro di tutto, senza rendersi conto che nel frattempo non è più vero che l’orizzonte sia tutto interno, espone anche ad altri rischi. Oggi a Bologna il potere è concentrato per lo più in soggetti esterni alla politica. Si tratta soprattutto di segmenti del mondo economico e culturale, diversi dei quali un tempo erano all’interno della sfera d’influenza del partito, ma che ora sono autonomi: anzi, sono in grado di esercitare la propria influenza anche sul partito, oltre che sulla società nel suo complesso. Andare alla ricerca del consenso di quei mondi esterni espone il partito al rischio di diventare subalterno ad essi. Non andarci espone il partito al rischio di essere autoreferenziale. Mentre occorrerebbe cercare un equilibrio virtuoso che consentisse di evitare entrambi i rischi, gli ultimi due decenni della storia del partito bolognese possono essere letti come pericolose oscillazioni fra i due estremi, che per semplicità chiamerò nel seguito subalternità e autoreferenzialità.
La sconfitta del 1999 la si può interpretare usando questa chiave di lettura. Walter Vitali, sindaco in carica dal 1993, cercava di allargare la base di consenso dell’amministrazione, dialogando con i poteri esterni. Il partito (allora era ancora DS) guidato da Alessandro Ramazza lo accusò di subalternità e provò a riprendersi in mano il pallino, candidando Silvia Bartolini. Così facendo peccò di autoreferenzialità e perse: il partito non bastava più a se stesso. I mondi esterni, che avevano sempre governato fino ad allora, continuarono a governare con Giorgio Guazzaloca. Quest’ultimo aveva adottato la linea suggerita da Giovanni Salizzoni, che da tempo teorizzava che per vincere a Bologna occorreva sconfiggere “il partito” mantenendo però saldo il rapporto col mondo cooperativo. Così accadde. Anche la fine dell’esperienza Cofferati può avere una lettura nel senso dell’autoreferenzialità, così come la scelta di Delbono come suo successore può averla in quello della subalternità. Tornando all’attualità, la domanda è: possiamo leggere le tensioni di oggi come una riedizione del conflitto fra subalterni e autoreferenziali? Io credo di sì, e proverò a spiegare perché.

(18 settembre)

9. Francesco Critelli e il rischio dell’autoreferenzialità

Francesco Critelli è un giovane di sinistra, cresciuto in Calabria sognando le regioni “rosse” del nord. Quando finalmente arriva a Bologna, da universitario, verso la fine degli anni ‘90, si impegna immediatamente nel partito: ci sono vecchi compagni che lo ricordano giovanissimo a fare con loro le ronde notturne di vigilanza alla Festa dell’Unità. Diventa presto dirigente della Sinistra Giovanile DS, partecipando ad un agguerrito congresso interno che lo vede nel 2000 sostenere la candidatura a segretario di Stefano Caliandro: il loro sodalizio politico dura tuttora. Si trattava di scegliere il successore di Simone Gamberini: Caliandro prevale contro il candidato sostenuto dallo stesso Gamberini, da Matteo Lepore e Luca Rizzo Nervo, anch’essi impegnati nella Sinistra Giovanile.
Critelli e Caliandro continuano poi ad impegnarsi in SG raccogliendo un gruppo di giovani di allora – molti studenti fuorisede che poi si sono fermati a Bologna – che oggi ritroviamo molto uniti a fare politica all’interno del PD. La coesione e solidarietà interna è certamente uno dei loro punti di forza, insieme ad una buona capacità di raccogliere preferenze, come le ultime comunali hanno dimostrato. Ma è anche motivo di mal di pancia da parte di chi li percepisce come un blocco compatto e si sente tagliato fuori.
Dal punto di vista politico, sono persone che mettono il partito al primo posto, col rischio di percepirlo come un fine più che un mezzo. Da un lato vivono il PD nel modo più “tradizionale” possibile, nel senso che hanno costantemente scelto l’opzione che lo avrebbe reso più somigliante possibile al PCI fra quelle disponibili (Bersani, Cuperlo, Orlando) e coltivato relazioni in continuità con la storia comunista (CGIL, ANPI eccetera). Dall’altro sono legati alla lealtà di partito per cui quando è stato eletto Renzi come segretario nazionale si sono sempre rapportati correttamente con lui, e per qualcuno dei loro mondi di riferimento questo è stato un problema. Per esempio, nel referendum costituzionale Critelli ha correttamente schierato il partito nella campagna per il “Sì”: quanto lo abbia fatto per intima convinzione e quanto per disciplina di partito lo può dire soltanto lui. Fatto sta che a volte ho la sensazione che i critelliani abbiano quasi nostalgia del centralismo democratico che caratterizzava il PCI. Nelle modalità di relazione la loro innata attitudine a “difendere la ditta” può certamente essere vista come una forma di chiusura. Quindi da un lato è del tutto plausibile che questa critica oggi venga loro rivolta, dall’altro è però singolare che a farla siano anche persone e pezzi di partito che questa attitudine l’hanno in precedenza ampiamente utilizzata a proprio vantaggio.
Mentre Critelli e Caliandro erano primariamente impegnati a fare politica nel movimento giovanile e in Università, a Bologna i DS facevano i conti con la sconfitta del 1999. Il vecchio gruppo dirigente viene spazzato via, e segretario diventa Caronna. In quel periodo sia il gruppo di giovani di Critelli e Caliandro che quello di Lepore e Gamberini – pur se in competizione fra loro nell’ambito giovanile e universitario – sono nell’orbita del nuovo segretario. Successivamente, quando diventa segretario dei DS prima e del PD poi Andrea De Maria, si apre una divaricazione fra quest’ultimo e il suo predecessore che nel frattempo è diventato segretario regionale.
Anche l’approccio di Andrea De Maria al PD è conservativo, molto simile a quanto ho appena descritto parlando di Francesco Critelli. Fra i candidati alle primarie anche De Maria ha sempre scelto quello più in continuità con la storia del PCI: Bersani, Cuperlo, Orlando. L’attenzione alla CGIL, all’ANPI, alla Resistenza (De Maria ha cominciato giovanissimo come sindaco di Marzabotto), a tutti i temi tradizionali della sinistra è sempre stata la sua costante. È un infaticabile frequentatore di tutte le Feste dell’Unità (e similari) che si svolgono sul territorio. Dalla tradizione comunista ha preso anche la capacità di relazionarsi con chi viene da una storia diversa, e la sua alleanza con Gianluca Benamati (il più democristiano fra i politici attivi sulla piazza bolognese) è stretta e di lunghissima durata. Comunque, la sua lealtà al partito lo ha sempre visto su posizioni collaborative con chi governava il PD, ad esempio come membro della segreteria nazionale ha curato “Classe democratica”, la scuola di formazione per giovani fortemente voluta da Matteo Renzi.
L’incontro fra Critelli e De Maria è dunque naturale conseguenza delle affinità politiche e della modalità di percepire il partito. L’unica differenza sta forse nella modalità di fare squadra: più inclusivo e frastagliato De Maria, più coeso e compatto Critelli. L’altra circostanza che li lega è che hanno avversari politici comuni, che deriva in buona parte dalla loro modalità di guadagnare consenso tutta giocata all’interno del partito. Non sono mondi e supporter esterni a spingere le carriere di Critelli e De Maria, abituati a trarre la propria forza dal consenso che riescono a raccogliere fra volontari e militanti del partito. Questa loro concentrazione sulla vita interna del partito, nella costante frequentazione di circoli e feste, costituisce sia la loro forza che il loro limite. È la loro forza perché se oggi Critelli è segretario e De Maria deputato, lo devono in gran parte al consenso raccolto porta a porta nel partito e non a sponsor esterni, e questo li rende meno condizionabili. È il loro limite, perché sotto la loro guida il partito corre il rischio dell’autoreferenzialità: sia in termini di visione progettuale, che da parte loro è soprattutto giocata restando ancorati alla tradizione; sia in termini di relazione coi poteri esterni, che sicuramente preferiscono che nei ruoli chiave ci siano persone scelte da loro; sia in termini di consenso nel mondo reale, che rischia di non essere sufficiente per poter continuare la tradizione vincente e governante del PD nel nostro territorio.
Quest’ultimo punto è importante chiarirlo, perché non tutti dimostrano di aver compreso quale sia la situazione attuale del PD bolognese dal punto di vista elettorale. Dobbiamo fare i conti con un vento imponente che fa leva sulla paura del futuro e degli immigrati e gonfia le vele della Lega e delle destre. Abbiamo il populismo grillino che ha avuto in Bologna una delle culle principali (e se non si fossero a più riprese divisi fra loro, oggi saremmo in una situazione ancora peggiore). Occorre a Bologna fare i conti con una sinistra massimalista, anzi più di una, divise su tutto tranne che sul considerare il PD come il principale avversario da abbattere. Esperienze centriste più o meno civiche qui si sentono in dovere di schierarsi all’opposizione del PD, anche se a livello nazionale i loro elettori potrebbero considerare di votare per noi.
In questo contesto, nei comuni in cui abbiamo votato a doppio turno nelle ultime due tornate abbiamo perso o rischiato di perdere. In particolare, dove siamo andati al ballottaggio contro un candidato non di destra pura e semplice, a San Giovanni in Persiceto e Budrio, abbiamo perso: semplicemente la destra al ballottaggio ha votato per l’altro. Per la cronaca, a Persiceto avevamo candidato un renziano lombardiano, e a Budrio un orlandiano critelliano. Dove abbiamo avuto la fortuna (diciamo così) di andare al ballottaggio con la destra (cioè a Bologna) abbiamo vinto, perché non tutti gli elettori che avevano votato per gli altri candidati sono confluiti sulla candidata leghista e in più altri elettori, che al primo turno non avevano votato, si sono mobilitati al ballottaggio per evitare che fosse la Lega a vincere. Due effetti che non si sarebbero verificati se l’avversario al ballottaggio fosse stato diverso, e in quel caso a mio avviso oggi staremmo parlando d’altro.
La consapevolezza della situazione dovrebbe farci comprendere che per avere l’ambizione di essere convincenti e vincenti nel prossimo futuro, occorre una presa di coscienza effettiva dei problemi veri e un salto di qualità conseguente. Di fronte a tutto questo, è certamente un errore restare fermi, adottando un approccio conservativo, perché ci fa correre il rischio dell’autoreferenzialità. È questo il rischio che corre il PD con Francesco Critelli.
D’altra parte, se si vuole cambiare occorre capire in quale direzione e in che modo. Non è certamente una soluzione cambiare in modo confuso e sbagliato, oppure in modo subalterno rispetto a mondi ed interessi esterni che vogliono condizionare il PD non per salvarlo ma per servirsene. Soprattutto non è una soluzione mettere insieme proposte di cambiamento fra loro opposte e confliggenti su tutto o quasi. Di fronte alla linea politica rappresentata dalla segreteria di Critelli, è infatti comprensibile che ci sia chi auspichi una svolta in senso più convintamente renziano. Ed è un fatto che ci sia anche chi invece vorrebbe trasformare il partito bolognese in un laboratorio antirenziano, capace di opporsi con decisione al segretario nazionale, e di sperimentare localmente un’alternativa politica che possa essere poi proposta a livello nazionale, rendendo palese ciò di cui loro sono già convinti, ossia che Matteo Renzi costituisca un corpo estraneo da allontanare dalla guida del partito. La cosa davvero surreale è che questi due filoni politici fra loro del tutto antitetici si siano uniti per proporre insieme la candidatura di Luca Rizzo Nervo. Come è potuto succedere? E soprattutto perché? E’ quello che cercheremo di capire nei prossimi capitoli.

(24 settembre)

10. Una coalizione di opposti

Io credo nel progetto del Partito Democratico, e lo vorrei largo, plurale, capace di un serio confronto interno che giunga a sintesi operative in grado di riformare profondamente il Paese. Quando dico largo, non solo intendo che avrei voluto dentro ancora Bersani e Civati, e coloro che li hanno seguiti fuori dal PD, ma anche che il partito potesse attrarre anche altri che finora non ne hanno fatto parte. Proprio in nome di questo progetto non ho apprezzato la scelta di chi è uscito dal partito. Certo, vi sono delle distinzioni su alcuni temi di merito, sono stati commessi anche degli errori, ma fa parte della fisiologia di una dinamica democratica interna: può capitare di ritrovarsi in minoranza, ma questo non giustifica fuoriuscite o scissioni. Il progetto è – o dovrebbe essere – sempre più importante delle convenienze di singoli e gruppi.
Uscire dal PD riempendosi peraltro la bocca di Ulivo (che altro non era che il precursore del PD) non rappresenta solo un gesto un po’ infantile di chi rivela così di apprezzare il pluralismo solo quando è complemento alla propria centralità, ma è il segno profondo di un decadimento della politica. Piuttosto che restare in minoranza si preferisce uscire, e magari lasciare intendere che eliminato l’ostacolo (in questo caso il segretario in carica) si potrebbe anche rientrare. Alla radice di tutto questo c’è una fortissima delegittimazione dell’avversario interno, e questo è il punto a mio avviso inaccettabile. Per questo, quando sento parlare del PD come PdR (Partito di Renzi) mi cascano le braccia, come pure quando qualcuno dice che Renzi è di destra, e così via. Nel congresso del 2009 vinto da Bersani io non votai per lui, ma non mi sono mai sognato di dire che eravamo nel PdB. Né mai ho auspicato che qualcuno se ne andasse dal partito, o mai l’ho considerato un intruso.
Ora il segretario è Renzi e, come i suoi predecessori, ha pregi e difetti. Fra i suoi pregi quello di aver messo mano a riforme importanti per il Paese, schiodando il PD da una lunga fase di immobilismo. Fra i suoi difetti, quello di aver ottenuto quel risultato anche (come si dice a Bologna) “a cucci e spintoni”, quindi urtando qualche suscettibilità. Dopo di lui verrà un altro segretario, con altri pregi e altri difetti, e il progetto continuerà. Sempre che non lo si distrugga delegittimandosi a vicenda, a colpi di fuoriuscite, o anche restando dentro ma prestandosi ai processi di delegittimazione.
Dunque io apprezzo chi ha scelto di restare nel PD a fare valere le proprie ragioni, accettando le regole della democrazia interna. Quando capita che si resti in minoranza si continua lealmente a dare il proprio contributo. E tutti insieme non possiamo accettare lo schema di gioco di chi sceglie di uscire dal partito per continuare con altri mezzi una battaglia interna: sarebbe meglio evitare di tenere i piedi in due staffe.
Anche a Bologna non è difficile distinguere fra i sostenitori di Orlando atteggiamenti differenti. Da un lato c’è chi si è apertamente schierato a favore della riforma costituzionale, dall’altro chi ha preferito non schierarsi oppure limitarsi ad una scarna dichiarazione ma senza minimamente impegnarsi nella campagna referendaria. Da un lato chi porta avanti le proprie idee nel rispetto delle scelte collettive, dall’altro chi parla delle nostre riforme come se fossero di altri. Da un lato chi si impegna solo nel PD, dall’altro chi gioca di sponda tenendo i piedi in due staffe.
Un esempio locale, pur con toni più sfumati, è costituito dalla lista di Amelia Frascaroli, fuori dal PD ma sempre in grande sintonia con Sandra Zampa, deputata che invece nel PD è rimasta. Una vicinanza che si estende anche ad alcuni consiglieri comunali e che spiega la presenza della Frascaroli nella cosiddetta fronda di Palazzo d’Accursio, che come abbiamo visto è stata un laboratorio anche per le dinamiche congressuali del PD. Fra gli esponenti PD che non si sono spesi nella campagna referendaria c’è Antonio Mumolo, anche lui ex civatiano rimasto nel PD. E potrei continuare con gli esempi.
Io non faccio una colpa a Luca Rizzo Nervo del loro sostegno, perché siamo tutti del PD e ognuno sostiene chi vuole; altrimenti poi arriva qualcuno sulla mia bacheca a spiegarmi che è positivo che Luca unisca anime così diverse. Aspetto sicuramente caro ad esempio a Francesco Errani, che riesce ad essere contemporaneamente renziano e frascaroliano, supporter di Minniti e Gualmini e frequentatore di Labàs. Certo, mi ha colpito vedere Luca Rizzo Nervo criticare Francesco Critelli per non aver invitato esponenti MDP ai dibattiti della Festa dell’Unità provinciale. Ma non è questo il problema: il punto è squisitamente politico.
Una parte dei sostenitori locali di Orlando è convinta che occorra mettere a punto uno schema alternativo a quello rappresentato da Renzi, che faccia perno sull’alleanza con altre forze alla sinistra del PD, e che Bologna sia il laboratorio più idoneo per sperimentarlo. In un’ottica locale, ma al momento giusto esportabile a livello nazionale, in funzione antirenziana. Questo spiega anche il tagliafuori di alcuni verso chi potrebbe mettere i bastoni fra le ruote a questo tipo di schema. Questa parte di orlandiani sostiene Rizzo Nervo. Sia chiaro: non c’è nulla di male, il loro è un obiettivo politico pienamente legittimo. Per diversi di essi è un progetto in continuità con l’aver sostenuto Ignazio Marino nel 2009 e Pippo Civati nel 2013. Li rispetto, siamo tutti nel PD, ognuno con le sue idee, indubbiamente diverse.
Il problema è la coesistenza nella costituency di Rizzo Nervo di questa componente “antirenziana” con una componente renziana che invece vive il proprio sostegno al candidato come l’opportunità di avere un “allineamento della linea politica della federazione bolognese ai risultati del congresso nazionale” per usare le parole di Salvatore Vassallo. Come queste due linee politiche, che non sono semplicemente diverse ma opposte, possano convivere nel sostegno alla candidatura di Rizzo Nervo non è al momento dato sapere. Non a caso, alle richieste di chiarimenti miei e di altri, il candidato e i suoi sostenitori hanno finora risposto con generici richiami alla bellezza dell’unità e del mettere insieme anime diverse.
Mi pare però evidente che l’eventuale segreteria di Rizzo Nervo non potrà portare avanti contemporaneamente sia la linea politica antirenziana che quello renziana. Qualcuno dei suoi sostenitori, nel caso, resterebbe fatalmente deluso.
Ma per capire meglio quali possano essere i rapporti di forza interna e le ragioni di questa sorprendente convergenza, vale la pena di considerare l’essenziale contributo a questa coalizione di Matteo Lepore e dell’area del partito a lui più vicina.

(27 settembre)

11. Matteo Lepore e le porte girevoli

Matteo Lepore ha cominciato giovanissimo la sua carriera politica: a 19 anni, nel 1999, diventa consigliere del quartiere Savena, con Merola presidente. Dopo l’esperienza in quartiere, dal 2011 è assessore comunale con numerose ed importanti deleghe, con Merola sindaco. Da tempo si parla di lui come possibile candidato sindaco per il dopo-Merola. Ma Lepore è una figura interessante anche per conoscere meglio un gruppo di persone impegnate nel PD da diversi anni, che sarebbe riduttivo cercare di comprendere solo dal punto di vista politico.
Nei capitoli precedenti ho presentato persone che hanno sempre avuto una continuità di linea politica: De Maria e Critelli sono sempre stati nell’alveo tradizionale Bersani-Cuperlo-Orlando, Mumolo nella sinistra dei diritti di Marino e Civati, Vassallo ha sempre sostenuto Renzi. Al contrario, nel caso di Lepore non si può certo parlare di continuità.
Nel 2012 Lepore sostiene Bersani. Lui e i suoi colleghi di giunta Rizzo Nervo, Colombo e Pillati firmano una dichiarazione a favore di Bersani chiedendogli “di girare davvero e subito quella ruota e realizzare un cambiamento e un profondo rinnovamento della classe dirigente“.
Dopo il magro risultato del PD alle elezioni della primavera del 2013, il sindaco Merola immediatamente indica in Renzi la speranza del futuro. Dal canto loro, Lepore e Rizzo Nervo si scoprono rottamatori: Rizzo Nervo chiede le dimissioni di Bersani, Lepore profetizza che “o il PD cambia, o in due mesi è morto”, guadagnandosi le piccate repliche di Francesca Puglisi e di altri bersaniani. Contemporaneamente sui giornali esce un retroscena che spiega che Lepore e Rizzo Nervo “fino all’ultimo minuto sono stati restii a dichiarare il proprio sostegno a Bersani” e che alla fine lo avrebbero fatto per espressa richiesta del sindaco Merola. Se ne dedurrebbe insomma che Lepore fosse intimamente renziano da prima, come conferma qualche mese dopo, nel congresso del 2013, sostenendo convintamente Renzi insieme a Simone Gamberini (mentre invece Rizzo Nervo sostiene Civati). Nel periodo successivo, i giornali parlano di lui come dell’assessore renziano (come Merola).
Negli anni successivi, Lepore (come Merola) si allontana da Renzi, assumendo un’identità più marcatamente spostata a sinistra. Defilatissimo sul referendum costituzionale, all’inizio del 2017 dichiara i suoi tre sì ai referendum contro il Jobs Act della Cgil (come Merola, nel frattempo molto in sintonia con Pisapia). Al congresso 2017 non solo sostiene Orlando (come Merola), ma esce una sua intervista apertamente antirenziana: “per gli elettori votare PD è come votare il centrodestra”. Gli replicano Rizzo Nervo, che stavolta sostiene Renzi, le renziane Puglisi e Gualmini (titolo: “Cresciuto a pane e partito, fa l’antisistema duro e puro perché vuole riposizionarsi”), mentre lo difende Merola. Per singolare coincidenza, la senatrice Puglisi si trova così ad essersi scontrata da bersaniana col Lepore renziano, e successivamente da renziana col Lepore orlandiano. Ma in questo congresso provinciale, entrambi – come tutti gli altri personaggi citati in questa rapida cronistoria delle scelte congressuali di Lepore – sono sostenitori di Rizzo Nervo.
L’attuale posizione politica di Lepore è fortemente caratterizzata dal dialogo con i centri sociali. Anche qui si registra una netta evoluzione rispetto a sue posizioni più dure del passato. Oggi Lepore non solo condanna lo sgombero di Labàs (che, a dire di esponenti del centro sociale, lui stesso aveva assicurato che non sarebbe avvenuto) come “un grandissimo errore” e propone per loro uno spazio nell’area Staveco, ma ne adotta la terminologia: “ho indicato uno spazio da conquistare alla Staveco per Làbas”. E nel dire che “le parti hanno condiviso di avviare un confronto che, entro due mesi, consenta di individuare una soluzione ponte prima della transizione definitiva alla Staveco” mostra di considerare paritetiche nel dialogo l’istituzione comunale e il centro sociale che aveva occupato abusivamente una ex caserma. Plaude alla manifestazione di Labàs, definita dal sindaco “una ventata di aria fresca”, e in cui hanno sfilato anche persone del PD vicine a Lepore. Peraltro nel corteo i rappresentanti del centro sociale hanno comunicato che “Làbas non ha firmato la pace, nessun accordo, il sindaco ha ceduto: Làbas ha conquistato uno spazio per tutti”. In modo analogo Lepore si è rapportato con Crash e Xm24, altri due centri sociali occupanti spazi non in regola. Una posizione dialogante? Qui mi pare che ci si sia spinti oltre, finanche adottando la terminologia cara al centro sociale. Tutto questo però non ha impedito a Lepore di trovare terreni di convergenza anche con Manes Bernardini, l’ex leghista che ha promosso una lista civica alle comunali. Su questa disinvoltura tornerò nei capitoli finali dedicati ai contenuti.
L’andamento ondivago delle scelte politiche di Lepore non consente di individuare un vero filo conduttore, né di comprendere quale sia il cerchio di persone con cui fa politica, al di là del suo riferimento costante in Merola. Ma in realtà un gruppo di persone esiste, ed ha una sostanziale stabilità da diversi anni. Sono persone che nel corso del tempo hanno fatto scelte politiche diverse, a volte compiendo anche svolte significative, ma che sono comunque sempre rimaste legate fra loro.
Avevamo già intravisto Matteo Lepore insieme a Simone Gamberini, Luca Rizzo Nervo ed altri nella Sinistra Giovanile nel 2000. Negli anni successivi Lepore e Gamberini sono nei DS mentre Rizzo Nervo è (con me) nell’Asinello di Prodi prima e nella Margherita poi, di cui diventa segretario cittadino. Poi tutti insieme nel PD. Facciamo un salto in avanti di qualche anno e partiamo da “Per Bologna Adesso”: siamo nel febbraio 2010, subito dopo le dimissioni del sindaco Delbono e alla vigilia delle elezioni regionali, ed esce un documento di intenti a sostegno di Vasco Errani, con la richiesta di puntare sul rinnovamento generazionale. Dal punto di vista politico è una posizione simile a quella che verrà adottata due anni dopo sostenendo Bersani, cioè che si colloca nel solco tradizionale e maggioritario nel PD dell’epoca. Mentre il posizionamento politico risulterà molto variabile, rimarrà costante la richiesta di dare spazio alle giovani generazioni, che naturalmente i promotori si candidano a rappresentare. Fra i sottoscrittori del documento, con Lepore troviamo: Simone Gamberini (allora sindaco di Casalecchio di Reno), Daniele Ara (attuale presidente del quartiere Navile), Marzia Benassi (attuale presidente del quartiere Savena), Stefano Brugnara (attuale presidente provinciale dell’Arci), Andrea Colombo (già assessore e poi consigliere comunale), Simone Spataro (attuale presidente della società funeraria del Comune, e consigliere della Fondazione del Monte), Matilde Madrid (attualmente nello staff di Palazzo d’Accursio), Saverio Vecchia, Virginio Merola, Marilena Pillati, Massimo Bosso, Claudio Mazzanti ed altri ancora. C’è anche Rizzo Nervo.
Due anni dopo, a valle delle elezioni “non vinte” con Bersani segretario, ritroviamo Lepore, Rizzo Nervo, Gamberini (di cui si parla come possibile candidato segretario) e altri nella rivolta dei “Bersani boys”. Dopo il pasticcio del voto sul Quirinale di pochi mesi dopo, ecco Lepore e Rizzo Nervo che lanciano ResetPD, insieme ad Andrea Colombo, Benedetto Zacchiroli e altri, andando un po’ nella scia di OccupyPD, altra iniziativa di “protesta dal basso” che poi si tradurrà in candidature e promozioni. Un anno dopo a sorpresa si profilano le elezioni regionali anticipate, ed è la volta dei “+Dem” di cui ho già parlato a proposito della storia dei renziani bolognesi. Si tratta sempre di Lepore e Gamberini, insieme a Vecchia, Colombo, Zacchiroli, Lombardo e la Puglisi mentre fra i non renziani che si aggregano per l’occasione ritroviamo Rizzo Nervo. Ovviamente non vogliono che si dica che si tratta di una corrente, ma oltre alle elezioni regionali pensano già al prossimo congresso: “a oggi sono due i nomi in pole per corsa a segretario, e sono quelli di Rizzo Nervo e Lombardo”. Eravamo nell’agosto 2014, Lepore era ancora renziano e Rizzo Nervo civatiano, oggi si sono entrambi spostati su posizioni opposte, ma lo schema di gioco  è rimasto lo stesso.
L’invarianza dello schema di gioco dalle posizioni politiche di volta in volte rappresentate dai singoli componenti è un punto di forza importante per questo gruppo. Chi ne fa parte ha ricoperto di volta in volta ruoli diversi, variando gli alleati del momento, ma riuscendo comunque a condurre in modo compatto alcune battaglie. Battaglie sempre mirate e fatte nei momenti che contano, che spesso si sono tradotte in ruoli da ricoprire con propri esponenti: basti ad esempio pensare alla prima giunta Merola. Faccio solo alcuni esempi sulla poliedricità: Saverio Vecchia, già segretario PD di Casalecchio di Reno, è un renziano della prima ora, peraltro molto influente e protagonista in passaggi importanti nella mozione Renzi. Matilde Madrid al congresso del 2013 sostenne la candidatura di Tosiani contro Donini. Luca Rizzo Nervo è stato civatiano e poi renziano, e prima ancora viene dalla Margherita.
Ma quante di queste persone sono effettivamente indipendenti dalla politica nel guadagnarsi da vivere? E chi ha avuto esperienze di lavoro nel privato, in quali contesti economici ha operato? Non tutti, naturalmente, ma per restare solo alle figure più significative del gruppo, Simone Gamberini, dopo essere stato sindaco di Casalecchio, è diventato nel 2015 direttore di Legacoop Bologna. E lo stesso Matteo Lepore prima di diventare assessore, è stato “responsabile dell’Area Sviluppo territoriale, innovazione e internazionalizzazione di Legacoop Bologna”, come recita il suo CV. Il tema delle “porte girevoli”, metafora che indica l’abitudine di alcuni a passare da ruoli nel mondo economico cooperativo a ruoli politico-amministrativi e viceversa, è ormai riconosciuto come un aspetto meritevole di riflessione e di attenzione. Perché da un lato occorre avere rispetto della vita personale e del diritto dei singoli ad avere una propria occupazione. Ma d’altra parte la tutela dell’interesse pubblico richiede indipendenza nelle decisioni dai legittimi interessi dei mondi economici. Inoltre c’è un tema che a me pare deontologico sull’influenza che può essere esercitata nella democrazia interna di una forza politica. Quando le candidature sono espressione di raggruppamenti omogenei dal punto di vista ideale e programmatico è un conto. Ma se succede che i raggruppamenti siano trasversali, se non è ben chiaro quale sia il progetto politico che accomuna fra loro aree assai disomogenee, se a fare da cerniera del raggruppamento che sostiene una candidatura c’è un gruppo con solide relazioni non solo nel mondo politico ma anche all’interno di uno specifico mondo economico, qualche domanda credo che sia legittimo porsela. E’ precisamente il caso di questo congresso provinciale.

(3 ottobre)

12. Luca Rizzo Nervo e il rischio della subalternità

Tiriamo le somme rispetto a quanto argomentato nei capitoli precedenti: se con Francesco Critelli si corre il rischio dell’autoreferenzialità, con Luca Rizzo Nervo il rischio che corre il partito è quello della subalternità. Anzi, di una doppia subalternità, interna ed esterna.
Partiamo dalla subalternità interna, quella della componente renziana rispetto alla progettualità che intende costruire un’alternativa a Renzi. È palese come nella costituency di Rizzo Nervo coesistano queste due componenti ideali che non sono semplicemente diverse, ma fra loro antitetiche. Le rassicurazioni generiche finora fornite nel senso del buonismo e del “siamo tutti del PD”, senza però chiarire quale sia la sintesi politica di queste due anime, sono evidentemente insufficienti.
Qualche dubbio fra i sostenitori renziani di Rizzo Nervo deve iniziare a farsi strada, se il 5 settembre sul Carlino Salvatore Vassallo sosteneva Rizzo Nervo perché “renziano” (sintetizzo da: “per la sua sintonia con l’orientamento politico generale che il PD ha tenuto nell’ultimo congresso nazionale con la vittoria di Renzi”) e il 27 settembre Elisabetta Gualmini su Repubblica fa il suo endorsement per Rizzo Nervo perché “trasversale”. In venti giorni si è afflosciata la narrazione renziana della candidatura, caratteristica che peraltro lo stesso candidato non sottolinea, per tenere unita la sua eterogenea compagine. Anche perché se per la Gualmini il candidato è “trasversale come Renzi”, e detto da lei il paragone con Renzi è un complimento, due giorni dopo un altro sostenitore di Rizzo Nervo, Daniele Ara, paragona invece Critelli a Renzi, e non per fargli un complimento. Inoltre, lo dico per inciso, trovo originale l’osservazione sulla trasversalità di Renzi, che non è la prima qualità del segretario nazionale che venga in mente (se cercate su Google “trasversale come Renzi” otterrete 4 risultati compresa l’intervista della Gualmini, mentre ad esempio “rottamatore come Renzi” ne totalizza 234 e “veloce come Renzi” 994).
La recente iniziativa congiunta fra Merola e De Maria costituisce un altro spunto di riflessione su quale delle due identità alla fine potrà prevalere. In prima fila Rizzo Nervo e Critelli, ovvero i candidati sostenuti rispettivamente dal sindaco e dal deputato. Merola, che solo il giorno prima aveva liquidato Critelli dandogli dell’immaturo, se la prende coi fan che inaspriscono il confronto (ossia in primis con se stesso, se la logica ha un senso), e invita i due a collaborare. A cosa? Alla “costruzione di una proposta politica di ricostruzione del centrosinistra che parli a Bologna e al Paese” e per chiarire aggiunge che “dobbiamo evitare di appiattirci su quanto sta avvenendo a livello nazionale”. Il sindaco, primo sponsor di Rizzo Nervo, ripropone quindi la riflessione che aveva portato lui e De Maria a sostenere insieme la candidatura di Andrea Orlando al congresso nazionale e, incurante della bocciatura subita anche fra gli iscritti alcuni mesi fa, la suggerisce come collante per una possibile convergenza fra Critelli e Rizzo Nervo. Naturalmente nessuna voce “renziana” si leva a segnalare la minima sofferenza su questa prospettiva politica fra i sostenitori dell’ex assessore.
Sulla coesione della compagine che sostiene Rizzo Nervo ho trovato significativo l’endorsement al candidato di Sergio Lo Giudice, deputato e leader della corrente “ReteDem” del PD. Lo Giudice si aggancia alla polemica scoppiata, a valle del capitolo 10, sul supporto di Amelia Frascaroli all’ex assessore, e pubblica un post dal titolo “Amelia, Luca, la destra e la sinistra” in cui si dice contento del supporto dall’esterno a Rizzo Nervo perché “conferma come in questo congresso non valgano i riferimenti alla politica nazionale”. Nel post poi scrive: “Ho considerato più a destra delle mie le posizioni chi in città si scandalizzava perché il sindaco dava l’acqua gli occupanti, o chiedeva che la sede del Cassero andasse genericamente a bando, negando così la specificità di una storia, o si scaglia contro i centri sociali cittadini considerandoli un problema di cui liberarsi e mai una risorsa con cui sforzarsi di trovare le modalità di una relazione.” Si sta riferendo a me ed altre persone a me vicine, per cui vale la pena di sfrondare la frase da falsità e propaganda e coglierne il significato. La falsità è che io mi sia scandalizzato dell’acqua data agli occupanti: io difesi la possibilità del sindaco di derogare al divieto di allaccio dell’acqua allo stabile, in un’ottica di emergenza temporanea, mentre criticai la difesa delle occupazioni abusive come “occasione di socialità” fatta dalla Frascaroli. Lo ripeto anche qui perché non sopporto chi per attaccarmi falsifica le mie posizioni: è un’abitudine che trovo incivile. Dopodiché, per oggettivizzare la frase di Lo Giudice, osservo che si riferisce a occupazioni abusive, bandi trasparenti e rapporto coi centri sociali. In questo senso ha ragione a dire che io, a differenza sua, sono per una linea di fermezza sulle occupazioni abusive, favorevole a fare bandi piuttosto che assegnazioni arbitrarie, per una interlocuzione coi centri sociali che non sia subalterna. E penso che coniugare solidarietà e regole sia il modo giusto di essere di sinistra. Ora, se le parole hanno un senso, Lo Giudice sostiene Rizzo Nervo perché lo trova affine e più “morbido” su questi argomenti. Mi chiedo se questo lo capiscano anche i renziani che sostengono Rizzo Nervo, e siccome ad esempio Elisabetta Gualmini si è espressa su quei temi in modi molto più vicini alle mie posizioni che a quelle di Lo Giudice, non è complicato trarre le conclusioni.
Infine, nel capitolo 11 ho spiegato come ritenga essenziale, per tenere insieme la compagine che sostiene Rizzo Nervo, il ruolo giocato da Matteo Lepore e dal gruppo di persone a lui vicine, come pure la sua relazione con Marco Lombardo, riferimento dei renziani rizzonerviani. Visto il ruolo chiave giocato da Lepore, se dovessi scommettere su dove andrà a cadere il baricentro, scommetterei su un punto vicino alla sua posizione. Siccome abbiamo già visto che Lepore si è qualificato in senso apertamente antirenziano, ne deduco che è molto più probabile che a risultare subalterna nella costituency della mozione Rizzo Nervo sia l’identità renziana.
Per parlare dell’altra subalternità, quella relativa ai mondi esterni, non posso evitare di parlare della polemica che sui giornali è esplosa come “scontro sulle Coop” ma, siccome la rappresentazione che ne è stata data è parecchio lontana dal vero, mi ci vorrà un capitolo intero, il prossimo.

(7 ottobre)

13. L’indipendenza della politica dall’economia

L’autonomia della politica dall’economia è un concetto su cui a parole tutti a parole concordano. Quando però dall’enunciazione dei principi si passa alla loro applicazione concreta, cominciano i problemi. Noi di PerDavvero, insieme a pochi altri, da tempo sosteniamo che una riflessione seria su questi aspetti sia necessaria, anche localmente. Non si tratta di disconoscere la tradizione di buon governo di Bologna, né di mettere in discussione l’importanza del tessuto economico, ovvero il mondo delle imprese in generale e quello della cooperazione, così significativo nel nostro territorio. Al contrario, un’attenzione specifica e una vigilanza attenta sulla distinzione dei ruoli, credo sia doverosa sia per chi vuole fare buona politica che per chi vuole fare buona impresa e buona cooperazione. È il modo giusto per onorare i valori di fondo che ci ispirano: nella gestione della cosa pubblica, nel fare impresa, nel creare lavoro, nel contribuire al benessere sociale.
Per questo che, con cortese insistenza e senso della misura, chiediamo da tempo che sul tema si affronti una riflessione comune all’interno del PD. A partire dal programma a supporto della candidatura di Dario Mantovani (gennaio 2015), nel capitolo intitolato “riconquistare l’autonomia della politica” scrivevamo: i percorsi professionali e le carriere politiche della classe dirigente locale attraversano spesso i confini (e in qualche caso si sovrappongono) tra partito, istituzioni, ed aziende operanti in settori fortemente contigui alla politica e “rischiano di condizionare le scelte della politica e delle amministrazioni locali in tanti settori”.
In un’intervista del 25 aprile scorso in cui criticavo la scelta di Stefano Sermenghi di intentare causa contro la sindaca Conti ed altri esponenti del PD, affermavo che occorre “una riflessione politica, anche all’interno del Pd, sui rapporti con i mondi economici in generale, e col mondo cooperativo in particolare. Sono forze sane e con dei valori, che danno lavoro e che hanno una vera importanza sul nostro territorio. La politica deve riuscire a rapportarsi correttamente e in modo positivo con queste realtà, ma senza sudditanza. Per questo penso che ci vorrebbe un po’ più di attenzione a quelle ‘porte girevoli’ per cui alcuni passano con facilità dai mondi economici alla politica, e viceversa”. Concetto ribadito il 18 maggio, dopo il congresso nazionale: “mi piacerebbe una maggiore indipendenza rispetto a poteri economici verso cui a volte mi pare che ci sia ancora una certa sudditanza”. E ancora in un’intervista dello scorso 27 luglio, sul tema dei rapporti fra Pd e Coop rispondo: “Sono positivi e utili, se ognuno sta nel suo ruolo. Nel Pd bolognese, però, ci sono parecchie persone che alternano ruoli amministrativi pubblici a impieghi nel mondo cooperativo. E un fenomeno che abbiamo chiamato delle ‘porte girevoli’ e che ci fa correre il rischio di condizionamenti sulle scelte amministrative. È un fenomeno che viene da lontano e su cui urge una riflessione, perché è essenziale recuperare autonomia e indipendenza della politica”.
Il tema era già entrato in questo congresso con il documento di PerDavvero del 22 luglio: “In troppi casi infatti abbiamo visto all’opera, nella storia recente di Bologna, una politica accondiscendente rispetto agli interessi (legittimi, ma di parte) di alcuni attori economici. Una politica che non ha saputo dire i ‘sì’ e ‘no’ necessari per tutelare pienamente l’interesse pubblico”. E ancora “per questo le porte girevoli fra alcuni mondi economici e una parte della politica locale ci pongono un problema”. Vista l’assenza di risposte convincenti su questo tema, alla fine di agosto abbiamo deciso di avanzare la candidatura di Piergiorgio Licciardello.
È quindi del tutto evidente che: a) da molto tempo chiediamo che si apra una riflessione seria sull’autonomia della politica dall’economia; b) abbiamo indicato nelle “porte girevoli” un indicatore della necessità di questa riflessione, ma senza avanzare voler limitare l’agibilità politica di alcuno; c) il tema riguarda la politica, e lo abbiamo posto esprimendo sempre il massimo rispetto verso il mondo economico e cooperativo; d) riteniamo che il congresso sia l’occasione giusta per affrontarlo.
Insisto sul fatto che le “porte girevoli” siano un indicatore, e per questo misurare il tema sul caso di una singola persona non è adeguato, anche perché ci sono vari aspetti da considerare. Ad esempio, un conto è se uno torna in azienda per svolgere mansioni esecutive o tecniche, o se esprime un’alta professionalità in un ambito diverso dalle pubbliche relazioni. Assume un altro rilievo passare da un incarico di rappresentanza in politica ad un incarico analogo in un’azienda. È poi diverso se l’azienda lavora con commesse pubbliche dal caso in cui operi su mercati diversi e distanti dalle competenze delle amministrazioni locali. Ma diventa dirimente se invece che singoli il fenomeno coinvolga più persone, soprattutto se appartenenti ad una stessa area politica o gruppo organizzato. Se mi passate l’esempio, è come la percentuale di anidride carbonica nell’aria: a determinate concentrazioni è normale, anzi se non vi fosse sarebbe un problema; se però la concentrazione sale, o si addensa in una zona particolare, ecco che può diventare preoccupante o addirittura allarmante.
Questo è il tema che abbiamo posto. Negli anni e nei mesi scorsi nessuno ci aveva sostanzialmente risposto, perché evidentemente non c’era la volontà di affrontare la riflessione richiesta. In questi ultimi giorni invece è esplosa la polemica, perché c’è chi deliberatamente ha cercato di trasformare i nostri argomenti in un attacco al mondo cooperativo. È evidente che si tratta di un metodo strumentale e scorretto di ottenere lo stesso risultato: evitare di parlarne. Nel prossimo capitolo cerchiamo di capire come e perché.

14. La tempesta mediatica sui rapporti Pd-Coop

Come avevano reagito gli altri candidati al nostro pressing sull’indipendenza della politica dall’economia? Luca Rizzo Nervo in una intervista dell’11 agosto, invitando la sindaca Isabella Conti a scrivere il suo programma, aveva espresso concetti simili ai nostri: “sul tema dell’autonomia e dell’indipendenza della politica c’è un’eccessiva prudenza. Idice, al netto dei rilievi penali, non è stata affrontata dalla comunità del Pd in modo pieno ed adeguato. Una vicenda che ha segnalato che amministratori come la Conti hanno la schiena dritta. E che bisogna distinguere i percorsi, perché c’è un’azione che attiene alle amministrazioni e alla politica e un’altra, legittima, che riguarda gli interessi economici. Non sono corrispondenti, non possono riguardare le stesse persone”. Un mese e mezzo dopo, il 23 settembre, Francesco Critelli presenta la sua candidatura a San Lazzaro introdotto proprio da Isabella Conti e sorprende gli osservatori assumendo con forza questo tema, dicendo “non prendiamo ordini da nessuno”. La reazione di Luca Rizzo Nervo raccolta dai cronisti la sera stessa è che sul no alle commistioni tra politica ed economia “io lo dico da settimane, lieto che anche Critelli ora la pensi come me”. Tenete presente questa reazione a caldo, per cogliere il cambio di registro successivo.
È chiaro che la presa di posizione di Critelli genera inquietudine, sia per il merito delle cose dette sia perché i giornali la leggono come un’apertura nei confronti del nostro candidato e dei nostri temi. Evidentemente qualcuno comincia a pensare che non basti rispondere col silenzio o richiamando principi generali. Perciò, quando il 27 settembre pubblico il capitolo 11 di questo lungo post, ribadisco il tema delle porte girevoli, avviene un salto logico e un deciso cambio di tattica da parte di chi evidentemente vuole che il tema venga accantonato.
La tecnica dello “straw man argument” (in italiano “argomento fantoccio”) consiste in una fallacia logica che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta (da Wikipedia). Lo stesso pomeriggio in cui le agenzie rilanciano brani del mio capitolo 11, esce una dichiarazione di Donata Lenzi: “Cé chi a Bologna con la testa non nel mondo reale ma nelle beghe congressuali, non pensando alle elezioni quelle vere ma alle cariche interne sta portando un grave danno ad un mondo imprenditoriale che produce ricchezza e posti di lavoro a Bologna.” Grazie a questa dichiarazione, il titolo di Repubblica del giorno successivo sarà: «Affondo di Paruolo contro il sistema coop – Lenzi: “Come la destra”», sottotitolo “Il consigliere regionale va in sostegno al segretario” e da lì parte il tormentone, come se la questione riguardasse aziende e posti di lavoro e non fosse invece squisitamente politica. A mia precisa domanda su facebook, Lenzi risponde: “Visto che Repubblica ha letto la tua dichiarazione esattamente come l’ho letta io e cioè come un attacco alle coop, sì rispondo a te, a Critelli, alla Conti etc”. Dunque Lenzi cita a supporto della propria interpretazione il titolo che Repubblica ha fatto il giorno dopo sulla base della sua dichiarazione del giorno prima: un bel paradosso temporale. Il salto logico è evidente, e naturalmente nessuno fa notare che pochi giorni prima il candidato sostenuto dalla Lenzi aveva detto sono lieto che anche Critelli ora la pensi come me”. Esplode invece una rappresentazione surreale di un ipotetico scontro fra PD e Coop, con Critelli e Licciardello sul banco degli imputati e una fila di autorevoli sostenitori di Rizzo Nervo a consigliare di abbassare i toni, lasciare da parte il tema delle porte girevoli, dedicarsi a un confronto sui contenuti (come se questi non lo fossero!).
A me dispiace che la scorrettezza di questo salto logico abbia imposto al PD un duro prezzo da pagare, con tutto il polverone mediatico che ne è seguito, prese di posizioni preoccupate da parte dei cooperatori, e così via. Ma è la dichiarazione di Donata Lenzi ad essere “un utilizzo cinico a breve termine” di una tecnica di distorsione dei contenuti altrui ad uso congressuale, per usare le sue stesse parole. E tutti quelli che hanno avallato quell’interpretazione distorta portano una responsabilità, a partire dallo stesso Rizzo Nervo. Perché non ha fermato Lenzi, spiegandole che condivideva e anzi aveva già espresso lui stesso quei concetti? Perché ha lasciato invece che la polemica decollasse, e che andasse avanti il tentativo di silenziare questo discorso? Invece, a proposito di subalternità, Rizzo Nervo cambia registro, e il 1 ottobre Repubblica (il quotidiano forse più appassionato al tema) titola «Rizzo Nervo a Critelli “Io, orgoglioso delle coop”», e nell’articolo l’ex-assessore dichiara “Ho letto cose persino contrarie alla legge, come quando si dice di impedire ai cooperatori di far politica, sia pure per tempi prestabiliti. Questo va contro i diritti civili. L’autonomia della politica non è solitudine”. Il riferimento è a una proposta di Isabella Conti accolta e rilanciata da Critelli. Proprio un bel cambiamento rispetto alle dichiarazioni di un mese e mezzo prima, quando aveva chiesto pubblicamente alla stessa Conti non solo di sostenerlo ma di scrivere assieme il programma.
L’uso strumentale e avulso dal merito delle dichiarazioni dimostra poco rispetto delle persone e della verità. Oltre a quella di Lenzi, anche la vicenda raccontata da Dario Mantovani relativa a Claudio Mazzanti lo dimostra in modo clamoroso. Mantovani ha risposto ad un’aggressione verbale di Mazzanti sulla mia bacheca il 30 settembre pubblicando un commento che era in realtà il copia-incolla della dichiarazione di Rizzo Nervo dell’11 agosto. Mazzanti ha risposto accusandoci di attaccare la cooperazione pur di colpire Rizzo Nervo, e ha proseguito prendendosela con la Conti. È il suo legittimo pensiero: peccato non sapesse che stava rispondendo ad una dichiarazione del suo candidato. Nei giorni successivi peraltro Mazzanti ha dichiarato che proprio la polemica sulla cooperazione lo ha convinto a sostenere Rizzo Nervo.
Vorrei quindi rassicurare quanti si sono allarmati: qui a Bologna non è in atto alcun attacco al mondo cooperativo. Chiarito che le “porte girevoli” sono un indicatore e non un argomento contro le singole persone, il tema esiste ed è sostanziale. Se il nervosismo è dovuto alle mie affermazioni sulla diffusione del fenomeno in aree specifiche del partito, che stanno giocando un ruolo strategico in questo congresso, mi si risponda nel merito. Stiamo sui contenuti, rispettando le persone e la verità, e discutiamo da persone mature. Perché è una riflessione importante e necessaria, come si capirà ancora meglio nei prossimi capitoli.

(CONTINUA)

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  1. PerDavvero Bologna | Guida ragionata al congresso del PD di Bologna - 1 mese ago

    […] Guida ragionata al congresso del PD di Bologna […]