La scelta faticosa di combattere per la sostanza (e la concretezza) delle questioni

25 agosto 2014 Memoria, Riflessioni

La mia storia politica nel segno del #cambiaverso (3)

Uno dei momenti più emozionanti del mio percorso politico fu in occasione della riunione annuale delle associazioni dei trapiantati per le feste natalizie del 2010 e 2011. Spiego perché: da assessore comunale alla sanità ci ero sempre andato fin dal dicembre 2004, ed ogni volta ero intervenuto nel mio ruolo: la festa viene ogni anno organizzata dall’associazione dei trapiantati di fegato e coinvolge tutte le persone legate al settore dei trapianti. Mi avevano invitato anche a fine 2009, quando ero tornato ad essere un semplice consigliere comunale, e mi pareva già molto. Ma nel 2010 non avevo più alcun ruolo amministrativo, ero tornato ad essere un semplice cittadino: essere invitato non solo a partecipare ma anche ad intervenire sul palco era del tutto non dovuto. Proprio per questo è stato un segnale importante: nell’assessore comunale di prima avevano riconosciuto una persona che aveva preso a cuore davvero il loro tema, che si impegnava sulla sostanza e non pro-forma. Insomma, era nato un legame che infatti non si è mai più interrotto.

Cose analoghe potrei raccontarle a proposito del rapporto con altre associazioni del mondo sanitario: lasciatemi citare con particolare affetto, oltre ai trapiantati (di fegato, di cuore, di reni), le donne dell’associazione “Il seno di poi” che affiancano ed assiste le persone colpite dal tumore al seno, le associazioni degli emodializzati, dei malati reumatici, dei diabetici. E poi AVIS e ADVS, ossia i donatori di sangue, e molti altri cui spero di non far torto per la mancata citazione singola. E al di là delle associazioni, singole persone che hanno potuto verificare sul campo il mio impegno sul merito delle questioni: nel settore sanitario e della prevenzione, in campo ambientale e sul tema dell’elettrosmog, sulle complesse tematiche della mobilità e dell’urbanistica, sugli animali, sui temi tecnici e dell’informatica.

Sia chiaro: sono conscio che esiste un divario fra il numero enorme di questioni di cui sarebbe bene occuparsi e quelle che si riesce umanamente ad affrontare, e anche a me sarà senz’altro capitato di passare di fretta su questioni che avrebbero meritato più tempo e risorse. Ma la mia scelta è sempre stata quella di combattere sul merito delle questioni, sulla concretezza dei temi anche quando sono scomodi o ti proiettano in un cono d’ombra, in un contesto in cui vedo che parecchi altri preferiscono fare diversamente.

Non son proprio rose e fiori

Non è detto che stare sulla sostanza dei temi porti sempre gratificazioni come quelle che ho citato all’inizio: al contrario, può risultare parecchio scomodo. Inoltre non è affatto detto che l’appeal giornalistico delle notizie sia direttamente proporzionale all’importanza delle questioni trattate (anzi, a volte sembra addirittura inversamente proporzionale).

Faccio un esempio: da assessore decisi di mettere a bando il servizio di prevenzione contro la zanzara tigre che fino al 2004 era stato gestito con affidamento diretto per un importo di oltre 1,4 milioni di euro all’anno. Come effetto della gara, risparmiammo a regime oltre 1 milione di euro all’anno, peraltro ottenendo un servizio migliore. Nessuno mi aveva chiesto di farlo, sui giornali la cosa uscì a malapena e il milione risparmiato fu immediatamente spostato su altre voci di bilancio. L’anno successivo i tagli lineari che si abbatterono su tutti i settori comunali non tennero in nessun conto dell’ottimizzazione di costi ottenuta: chi non aveva razionalizzato si ritrovò margini su cui agire, chi come me lo aveva fatto si ritrovò a dover tagliare ulteriormente. Dal punto di vista esterno negli anni successivi ebbi modo di verificare che praticamente nessun cittadino era informato di questa decisione e dei suoi effetti positivi, ma in compenso gli addetti del settore che si erano visti sfilare il servizio lo sapevano benissimo e non ne erano certo contenti (per usare un eufemismo). Sono pentito di averlo fatto? Assolutamente no. Ma sono del tutto cosciente che per come vanno le cose avrebbe “pagato” di più fare diversamente.

Quando sui giornali si leggono paginate su questioni di principio (se non di lana caprina) che hanno un impatto prossimo allo zero sulla vita concreta dei cittadini e ancor più sui flussi finanziari dei soggetti economici presenti sul territorio, è bene tenere presente che non è detto che sia solo un caso. Per un politico spesso paga di più fare “ammuina” e imbastire grandi battaglie su questioni che non toccano interessi sostanziali (meglio ancora se su temi su cui tutti sono d’accordo, almeno a parole) che mettere la faccia su temi su cui è alto il rischio di “farsi male”. A maggior ragione se il partito che hai dietro su quei temi non si espone più di tanto…

E poi la sostanza è più difficile da raccontare. E’ complicato per esempio parlare di Passante Nord senza conoscerne la storia ultra-decennale non priva peraltro di passaggi poco nitidi e per la quale ormai più che un articolo servirebbe un libro. E’ faticoso entrare nel merito delle gestioni sanitarie senza rischiare di passare per il politico che si intromette in competenze che non sono sue. In generale è molto più semplice cavarsela con un “purtroppo non dipende da me” piuttosto che sbattersi per trovare una soluzione.

Ciò che rimane del nostro passaggio

Eppure cosa rimane del passaggio di ognuno di noi da cariche di responsabilità? Non le parole dette, non quello che di noi hanno scritto i giornali o detto le televisioni: rimangono i fatti. E se vogliamo essere più precisi, rimangono in particolare i fatti su cui siamo stati capaci di fare la differenza: perché a fare da segnaposto rispetto a questioni che comunque andavano avanti da sole sono buoni tutti, diciamocelo. I fatti su cui siamo stati capaci di fare la differenza: potrebbe essere una buona definizione di cambiamento (non a parole).

Quando passo dietro all’ospedale Maggiore e vedo la Casa del Donatore realizzata dall’AVIS, so di aver dato un contributo decisivo: il terreno era dell’AUSL ma l’AUSL non poteva dare il permesso ai lavori perché lo aveva promesso al Comune in tempi remoti (dai tempi del parcheggio di Largo Nigrisoli); il Comune non poteva dare il permesso perché il terreno non era (ancora) suo; dopo numerose riunioni i tecnici consigliarono di attendere la futura variante urbanistica dell’area, e se avessimo fatto così probabilmente oggi staremmo ancora aspettando.

Il pronto soccorso ortopedico notturno è da alcuni anni aperto al Maggiore e non più al Rizzoli come in passato. Per 12 anni però si è andati avanti facendo la spola di notte con le ambulanze fra Maggiore (trauma center e punto di arrivo dell’elicottero) e Rizzoli (tradizionale PS ortopedico, era l’unico aperto di notte), e nessuno pareva sentire l’urgenza di sistemare la questione, finché non la posi io con forza sul tappeto.

Mentre ricordo che alla mia richiesta di spostamento dell’ambulatorio Sert dal S. Orsola, dove confinava col vecchio PS, le prime risposte furono “non c’è riuscito nessuno in 28 anni, pensa di riuscirci lei?”. 28 anni, da tanto durava la sistemazione “provvisoria” del tutto inidonea di quello spazio.

Lasciatemi citare il tavolo partecipato per la gestione delle antenne per la telefonia mobile, che avviai nel 2004 e che terminò con me nel 2009: esempio splendido di partecipazione democratica e di concertazione delle scelte, che non ebbe purtroppo seguito. Nel frattempo, la legislazione nazionale ha ulteriormente spostato l’equilibrio a favore dei gestori e la Regione ha perso competenze: il tema è decisamente da riprendere…

Sono solo alcuni degli esempi di scelte fatte e decisioni prese su cui posso dire con serenità che se ci fosse stato qualcun altro al mio posto le cose sarebbero andate diversamente. E sono anche i pensieri che mi confortano nei momenti bui dell’impegno politico.

Una lotta contro germi che sono anche dentro di noi

D’altra parte, io ho cominciato il mio impegno amministrativo facendo gavetta all’opposizione dell’allora giunta Guazzaloca. Non è una cosa comune: dalle nostre parti il PD (e chi l’ha preceduto) è tradizionalmente forza di governo, e la maggior parte del nostro personale politico ha sempre e solo governato. Invece fare opposizione ti insegna molto, anche in termini di umiltà.

Questo pendolo fra sostanza ed apparenza, fra concretezza e “ammuina”, fra verità e finzione è una malattia della politica su ampia scala, ma che a Bologna ha radici più profonde che in altri luoghi. Nell’aprire i lavori di un’assemblea nazionale a Bologna dieci anni fa, dissi: «E’ la nostra capacità di costruire, di andare al merito delle questioni vere, che sarà dirimente. Subito dopo il 1999 qualcuno disse che Guazzaloca era un pezzo di noi, e lo disse quasi col rimpianto di non averlo candidato noi. In realtà io credo che Guazzaloca e la sua amministrazione rappresentino l’espressione compiuta di quel declino che era in parte anche dentro di noi. L’amministrazione Guazzaloca è la pratica consociativa senza progetto, l’apologia della bolognesità senza più accoglienza, la pretesa di una democrazia senza confronto. Quello che ci serve è un cambiamento vero, non solo di facciata. Dobbiamo essere capaci di individuare i germi negativi che ancora sono nascosti dentro di noi, dei giochi a somma zero, dei programmi solo per bellezza.»

Dissi queste cose in un momento di grandi speranze, che oggi sappiamo non essere state tutte coronate dal successo. Anzi, la crisi bolognese di quella stagione la ritroviamo a distanza di anni nell’attualità di altre città della nostra Regione. E’ un segno che quei “germi negativi che sono anche nascosti dentro di noi” sono forse più endemici di quanto potevamo supporre, e la lotta contro di essi non solo non può fermarsi ma deve al contrario intensificarsi. E’ questo il modo giusto per qualificare il cambiamento, che per essere tale non può prescindere dalla sostanza.

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