La mia esperienza di testimone del cambiamento in anni difficili per Bologna

18 agosto 2014 Memoria, Riflessioni

La mia storia politica nel segno del #cambiaverso (2)

palaccursioParliamoci chiaro: c’è differenza fra chi si è sempre bene o male adeguato e chi invece ha combattuto per proporre un cambiamento, come testimone che un modo diverso di fare politica è possibile.

E’ vero che aver attraversato anni turbolenti – gli ultimi 15 anni per Bologna lo sono certamente stati – non è di per sé nè un merito né un demerito, ma è comunque una ottima occasione per valutare parole e comportamenti di chi ha operato in politica.

In vista della mia ricandidatura come consigliere regionale, non solo accetto di buon grado ma sono io a chiedere di essere giudicato sui fatti, anche da questo punto di vista. E per questo voglio richiamare tre esempi molto concreti e impegnativi.

La sconfitta del 1999 contro Giorgio Guazzaloca

Nel marzo 1999 la coalizione bolognese dell’Ulivo indisse le primarie per confermare l’indicazione di Silvia Bartolini (già ampiamente acquisita dai partiti) come candidata per le amministrative del giugno di quell’anno. Quella fu per me la prima occasione di ribalta pubblica: ero un semplice militante del Movimento per l’Ulivo, sconosciuto ai più, e mi candidai sostenuto dall’associazione Il Mosaico. Oltre a me si candidarono Maurizio Cevenini e Giorgio Celli, oggi entrambi scomparsi e che ricordo con affetto.

Cosa dissi in quelle primarie? Ecco un breve estratto del volantino che mi accompagnò in quell’occasione (sempre low cost come tutte le tappe successive): «A Bologna c’è un patrimonio di buoni risultati dell’amministrazione cittadina che occorre tutelare, ma anche una crescente stagnazione ed un netto abbassamento della qualità della vita, segni evidenti dell’incapacità di guidare la città nelle grandi sfide. L’Ulivo non può proporre alla città un vero rilancio senza riconoscere errori ed insufficienze del sistema che ha finora governato. Se l’Ulivo non saprà farsi interprete del cambiamento, il rischio è che gli elettori cerchino il cambiamento votando a destra o rinuncino a votare. Queste elezioni primarie, arrivate dopo un lungo braccio di ferro all’interno della coalizione, sono tardive, frettolose e strumentalizzate da partiti che già discutono gli equilibri di potete successivi al risultato che ritengono scontato. Ma le primarie sono anche una importante indicazione di metodo, e devono costituire un precedente per il futuro.»

Parole chiare e forti, ma sul momento i politici esperti dell’epoca mi risero in faccia: l’idea di poter perdere a Bologna sembrava solo una sciocchezza. Le primarie, come da copione, furono vinte largamente da Silvia Bartolini. Io presi oltre un migliaio di voti, e grazie a quelli riuscii a candidarmi nella lista dell’Asinello per il consiglio comunale alle elezioni amministrative, dove arrivai secondo degli eletti dopo il capolista. Ma come noto le elezioni le vinse Giorgio Guazzaloca, dimostrando purtroppo che le mie parole erano state fin troppo profetiche.

La candidatura di Sergio Cofferati nel 2003

Bologna 2004 era il nome del percorso che avevamo messo a punto per avvicinarci alle successive elezioni e per individuare il nuovo candidato sindaco. C’era dentro l’idea di una nuova partecipazione democratica, anche per corrispondere alle istanze dei movimenti sorti in quegli anni, come la Sveglia 6:30 e la rete di associazioni che successivamente diede poi vita ad Unirsi. Io ero fra coloro che tiravano le fila, perché – mentre mi facevo le ossa come consigliere di opposizione a Bologna – ero diventato segretario provinciale dell’Asinello prima e della Margherita poi: quel ruolo mi consentiva di portare avanti il cambiamento ad un livello diverso.

Per scegliere il candidato sindaco volevamo costituire una grande assemblea (un terzo partiti, un terzo ruoli istituzionali, un terzo associazioni e società civile). Non era una strada facile, e forse la debolezza intrinseca era non avere già in mente il candidato, ma che cambio di verso sarebbe stato se avessimo messo in piedi un processo di partecipazione avendo già in mente il candidato preconfezionato da proporre? Sarò stato forse un po’ naif, ma per me l’innovazione era proprio il metodo democratico e l’assenza di accordi segreti precostituiti.

Poi a Roma qualcuno pensò bene di scegliere il candidato per noi, e sui giornali cominciarono ad uscire le anticipazioni relative all’arrivo di Sergio Cofferati: di lì a poco il centrosinistra bolognese esplose in anticipazione, con tanti che attendevano Cofferati come un messia. Ma lui fece sapere in modo del tutto inequivoco che avrebbe accettato solo un invito a essere lui il candidato, non certo a partecipare a una competizione in cui misurarsi potenzialmente con altri.

A me non pareva accettabile buttare via tutto: se Cofferati era interessato, per me poteva partecipare e sottoporsi alla scelta dell’assemblea. Ma ero praticamente il solo a pensarla così: in quei giorni continuavo ad incontrare persone che chiedevano di annullare ogni processo partecipato per cogliere l’opportunità di avere come candidato Cofferati. Quasi tutti gli altri partiti si schierarono su questa posizione ed anche le associazioni, con cui avevamo costruito tutto lo schema di partecipazione, ci chiesero di fare di tutto per accoglierlo. Tutto culminò con una riunione fiume di 6 ore nella sede di via Caldarese, nella quale io alla fine mi astenni sulla scelta di chiedere a Cofferati di fare il candidato senza passare da alcun vaglio partecipato.

Non fu una scelta indolore e senza conseguenze: per alcuni anni mi fu imputato di aver opposto resistenza all’arrivo di Cofferati a Bologna, quando la mia era anzitutto una obiezione di principio e un’affermazione di coerenza. Curiosamente, fra coloro che al tempo mi investirono in modo perfino aggressivo per superare le mie perplessità, vi sono alcuni che anni dopo tornarono ad aggredirmi con analoga veemenza ma stavolta per dirmene di tutti i coloro contro il sindaco Cofferati, della cui giunta io facevo parte. Questo a dimostrare quanto la scarsa memoria spesso si accompagni al la strumentalizzazione del  passato i cui si confondono cause ed effetti, responsabili e innocenti.

Le primarie del 2008 di Flavio Delbono

A cinque anni di distanza, l’appeal del sindaco Cofferati nei confronti della città era molto appannato; dopo aver annunciato di volersi ricandidare, all’improvviso comunicò la scelta di volersi trasferire altrove. Il PD reagì indicendo le primarie, ma contemporaneamente cedette alla tentazione di decidere a tavolino chi doveva vincerle: il candidato predestinato era in quel caso Flavio Delbono.

Non sto qui a fare l’elenco di tutti i nomi di peso in città e della dirigenza del PD quasi al completo che ha sostenuto Delbono, dico solo che io non c’ero perché sostenni Virginio Merola. Né posso mettermi qui a raccontare nel dettaglio le vicende di quel periodo, per vari motivi: chi è incuriosito temo dovrà aspettare il libro che mi sono ripromesso di scrivere quando avrò “salutato la curva” (per dirla con la nota metafora renziana).

Basti però sapere che io sarei stato nella condizione di avere un futuro politico assicurato (con la conferma in giunta) se avessi sostenuto il candidato “di tutti”, ma scelsi del tutto liberamente di non farlo. Flavio Delbono divenne sindaco nel 2009, e io che ero stato rieletto consigliere comunale di Bologna fui tenuto fuori da ogni incarico, pagando le conseguenze della mia scelta.

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Sono tre episodi specifici in cui ho fatto scelte scomode e controcorrente. E non sto ad aggiungere che anche scegliere di sostenere Matteo Renzi nel 2012 ai tempi del “tutti per Bersani” non è stata esattamente una passeggiata, ma quella in fondo è cronaca recente.

Sono prove che dimostrano che c’è chi in nome del cambiamento ha pagato prezzi in prima persona.

In un contesto in cui praticamente tutti parlano di cambiamento, ma lo fanno soprattutto a parole, permettetemi di dire che fa una certa differenza.

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