Elettrosmog, meglio fare le battaglie giuste (non contro il wi-fi)

21 marzo 2014 Elettrosmog, Riflessioni

wifiOgni giorno va in scena il derby fra conservazione e innovazione, con gli innovatori stretti nella morsa degli avversari che sovente si muovono con classica manovra a tenaglia. Da una parte infatti ci sono i soloni pronti a giustificare l’immobilismo: si è sempre fatto così, non si può fare diversamente, la decisione è già stata assunta, le procedure non ci consentono di fare altrimenti, rischiamo di perdere i finanziamenti, e così via. Ma a dar loro manforte sovente arrivano i professionisti della protesta, i talebani della contestazione, quelli disposti a tutto – magari in perfetta buona fede – pur di opporsi anche a cioè che è del tutto ragionevole, col risultato di screditare qualunque sforzo sia invece focalizzato là dove invece occorrerebbe impegno e capacità di mettersi in discussione.

No, non ho scritto queste righe come incipit per un post sulle sinergie sostanziali fra Grillo e Berlusconi o per descrivere i pericoli che attendono il PD guidato da Renzi (anche se in effetti il ragionamento di fondo ci starebbe tranquillamente), bensì a valle di un incontro cui ho partecipato coi genitori di una scuola elementare a proposito dell’installazione del wi-fi nella scuola frequentata dai loro figli. Un’esperienza interessante ma anche faticosa, da cui sono uscito con un po’ di amaro in bocca per il dispiacere di vedere tante energie (potenzialmente positive) malamente sprecate.

Nella prima parte hanno parlato gli esperti. Hanno spiegato che l’hotspot wi-fi è un apparecchietto con una potenza di 100 milliwatt (almeno 20 volte meno di un telefono cellulare) da cui stiamo distanti alcuni metri (quindi con emissioni 20 mila volte inferiori ad un cellulare tenuto all’orecchio), che si attiva solo quando utilizzato e la cui emissione non cresce in modo significativo al crescere del numero di dispositivi collegati. Poi sono state spiegate le emissioni, sia dal punto teorico che pratico coi risultati di una misurazione fatta in un’altra scuola che dimostravano valori tutti inferiori a 1 V/m vicino all’apparecchio e sotto la sensibilità strumentale (e al fondo elettromagnetico) all’interno delle classi scolastiche. Infine sono state illustrate le precauzioni relative alla collocazione degli hotspot (in alto e nei corridoi).

Nella seconda parte un gruppo di genitori ha palesato le ragioni della propria opposizione, tutta basata sul “su Internet ho trovato che c’è chi sostiene che fa male comunque”, su testi di risoluzioni presentate in assemblee elettive (anche se non approvate) e sulla decisione di alcune scuole in vari paesi del mondo di vietare il wi-fi all’interno del proprio istituto. Insomma, se c’è chi ne parla male qualcosa di vero potrebbe anche esserci, e dunque “siccome per mio figlio voglio il meglio allora non voglio il wi-fi”. Sentivo un senso di smarrimento profondo, una sfiducia cosmica e una assoluta indisponibilità ad ascoltare le ragioni. E’ un sintomo importante e da non sottovalutare. E prima di buttare la croce su quei poveri genitori, dobbiamo chiederci chi ne porta le colpe.

In primo luogo si deve interrogare la comunità scientifica: possibile che ci siano a piede libero professori vari e sedicenti esperti che propagano come verità interpretazioni distanti fra loro in modo siderale, senza che la comunità scientifica sia in grado non dico di dire quale è la cosa giusta in assoluto ma quantomeno di restringere la forbice nei limiti del ragionevole? Non è infatti particolarmente difficile trovare chi sostiene che i limiti italiani (6 V/m dove c’è permanenza di persone) siano sbagliati di un ordine di grandezza, ma in ambo le direzioni! Ovvero c’è chi pensa che siano più giusti quelli di altri paesi europei (40 V/m e oltre) ed altri che invece dicono che dovremmo calarli a 0,6 V/m (che equivale a dire che dovremmo evacuare le grandi città, per dire).

Una seconda chiave di lettura è la scarsa cultura scientifica diffusa nella popolazione, per cui tanti quando sentono parlare di numeri hanno l’impressione che li si voglia fregare. D’altra parte, se le persone avessero una percezione reale del significato delle statistiche, nessuno fumerebbe, nessuno giocherebbe alle varie lotterie e… nessuno si preoccuperebbe delle emissioni elettromagnetiche del wi-fi.

In terzo luogo penso alla sfiducia nei punti di riferimento, politica inclusa, per cui se non c’è nessuno di cui posso fidarmi allora faccio ogni battaglia sia capace di toccare i miei tasti emozionali, al di là di ogni aspetto di razionalità. “Non importa che l’emissione sia bassa – diceva ieri sera un genitore – io per mio figlio voglio evitare anche quel rischio”. Dunque, visto che stiamo parlando di valori che l’Arpa considera come il fondo elettromagnetico di una città, secondo lei dovremmo evacuare la città di Bologna? “Io mica abito a Bologna, anzi sono venuto ad abitare fuori città per un motivo”: una bella risposta che ci parla dell’individualizzazione sfrenata anche delle richieste di salute (corrette o sbagliate che siano).

E’ proprio dalla razionalità che invece dobbiamo essere capaci di ripartire, e di coinvolgere le persone nelle battaglie giuste che meritano di essere combattute e vinte. L’elettrosmog è senza dubbio uno dei problemi che dobbiamo considerare, ma vale la pena di farlo là dove dobbiamo combattere la giusta battaglia per il principio di precauzione. Penso all’inquinamento elettromagnetico degli elettrodotti e degli apparati di trasformazione, dei ripetitori radiotelevisivi e naturalmente delle antenne per la telefonia mobile. Questi sono i temi su cui occorre attenzione e anche la voglia dei cittadini di combattere battaglie che abbiano senso.

Dobbiamo avere coscienza che in Italia i limiti sono fra i più bassi in Europa: 6 V/m dove c’è permanenza di persone e 20 V/m nei luoghi aperti e di passaggio (questi i limiti per le alte frequenze, quelle di radio-tv e telefonia mobile). Quando noi o i nostri figli andiamo in giro per il mondo, teniamo conto che in altre nazioni i limiti sono molto più alti. Ma non dobbiamo accontentarci dei 6 V/m, perché la sfida concreta è quella di riuscire a dare il servizio cercando di minimizzare l’impatto. E’ quello che abbiamo fatto dal 2004 al 2009 con il tavolo di concertazione sulla telefonia mobile nel Comune di Bologna, riuscendo concretamente a collocare le antenne in modo da soddisfare le esigenze di trasmissione ma trovando soluzioni con impatto inferiore: perché devo accontentarmi di 4 V/m in un palazzo quando posso fare in modo di limitare a 1,5? Ho in mente tanti casi concreti di questo tipo…

Purtroppo la capacità dell’amministrazione comunale di incidere sulle scelte dei gestori è calata drasticamente in virtù di leggi nazionali che hanno privilegiato la tutela della capacità di fornire il servizio (ossia l’interesse dei gestori) rispetto agli spazi per minimizzare le emissioni a carico dei cittadini, depotenziando le leggi regionali (come la LR 30/2000 della Regione Emilia-Romagna che a questo punto forse è il caso di rivedere) e vanificando esperienze belle e significative come quella bolognese. Leggi nazionali sorte forse sulla base della considerazione che essendo impossibile gestire l’onda dei sentimenti popolari tanto vale non stare nemmeno a discutere. Mentre è vero il contrario: se si fa uno sforzo vero nella direzione giusta, le buone pratiche sono possibili!

Per questo percepisco il dirigismo della legislazione nazionale e la contestazione aprioristica di alcuni genitori sentiti alla riunione di ieri come due facce della stessa medaglia, di una società che stenta a definire e collocare giustamente gli spazi di partecipazione e di azione della pubblica amministrazione locali, che percepisce il confronto come una perdita di tempo per motivi opposti (cercare di tenere a bada le paure da un lato e combattere gli apparati cattivi dall’altro)  e quindi ognuno si rifugia nelle sue prerogative alimentando un muro contro muro da cui perdiamo tutti.

Serve davvero la capacità di scegliere le giuste battaglie, e di combatterle in modo serio: anche sull’elettrosmog. Lasciamo stare il wi-fi che non è il problema e riprendiamo in mano il tema di elettrodotti ed antenne radiotelevisive e cellulari.

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