Diritti (e doveri) civili e valore del matrimonio

19 Luglio 2013 Riflessioni

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Diversi comuni negli scorsi anni hanno istituito registri delle unioni civili in attesa di una legge nazionale che faccia chiarezza sulla materia. Il documento votato nei giorni scorsi in Regione chiede una legge nazionale che istituisca registri delle unioni civili nei comuni e, come un cane che si morde la coda, lo fa senza chiarire come e perché. Il testo nella versione originale chiedeva registri comunali in cui “persone dello stesso sesso o di sesso diverso possono iscriversi e depositare un contratto con il quale definiscono le modalità della loro vita in comune”. E nella versione finale, pesantemente emendata dagli stessi presentatori, auspica l’approvazione della proposta di legge regionale Grillini-Barbati sulle “modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso”.

Nella discussione in aula ho fatto notare che non mi pare opportuno affrontare una materia del genere con l’atteggiamento di chi vuol piantare semplicemente delle bandierine. Ho detto che parlare di unioni civili per persone che non possono sposarsi (come le coppie omosessuali) è un conto, altra cosa è istituire un’alternativa formale al matrimonio per tutti gli altri: col prevedibile risultato di moltiplicare le “forme contrattuali” (chi si sposa, chi regolarizza l’unione civile e chi invece resta coppia di fatto con la semplice registrazione anagrafica o senza nemmeno quella) senza chiarire quali diritti e doveri questo comporterebbe.

Ho affermato che ci sono domande delicate su cui siamo chiamati a dare risposte e che non possiamo continuare ad eludere, e la principale a mio avviso è questa: quale valore sociale (ossia per la collettività, non per gli sposi) ha il matrimonio? Perché al di là delle etichette, delle due l’una: o si pensa che la forma stabile e soggetta a vincoli e doveri fra coniugi e nei confronti dei figli che chiamiamo matrimonio abbia un valore per la collettività (come io ritengo) e quindi sia meritevole di essere riconosciuta e promossa; oppure la si ritiene una forma superata e da abolire (un “retaggio del medioevo”, come ha detto ieri la Barbati) e dunque le equiparazioni di cui stiamo discutendo altro non sono che modi surrettizi per arrivare alla cancellazione di questo istituto.

Non condivido, ma almeno apprezzo l’onestà intellettuale di quei colleghi che nel corso del dibattito hanno serenamente dichiarato che vorrebbero abolire il matrimonio. Sopporto meno l’ipocrisia di chi pensa di cavarsela dicendo che il matrimonio di due persone ha un grande valore, ma si limita ad enunciazioni retoriche prive di ogni risvolto concreto. Né si può pensare che per giustificare una tesi o l’altra sia sufficiente citare aspetti pratici che sono effettivamente da correggere in un senso o nell’altro (vedi il diritto a farsi assistere negli ospedali per i non sposati, o le fasce di reddito sui ticket sanitari che penalizzano gli sposati) perché siamo chiamati ad una riflessione di fondo sui valori e sul nostro rapporto con la cultura e con la natura che credo vada ben oltre.

E’ un peccato che anche solo parlare di queste cose e chiedere un confronto serio e profondo ingeneri reazioni automatiche: c’è chi ti risponde per frasi fatte, chi scomoda questioni di religione che con ogni evidenza sono estranee al confronto, chi è talmente chiuso nei propri schemi che nemmeno ti ascolta, chi sperando di evitare guai finisce per votare cose che fra le righe nascondono più di un’insidia. Invece buona politica è affrontare e sciogliere i nodi, per arrivare a dare risposte serie a nuovi bisogni ma in un quadro d’insieme di valori condivisi.

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