Esser figli deve essere nè un di più nè un di meno

18 settembre 2008 Riflessioni, Sanità

La notizia del concorso per ricercatore vinto dal figlio del prof. Stefoni, Preside della Facoltà di Medicina, nell’ambito della stessa facoltà, ha sollevato una questione di opportunità. Ma andiamo alla sostanza, la domanda che implicitamente aleggia è evidentemente questa: ha vinto il concorso in quanto meritevole o per nepotismo?

Nel primo caso sarebbe profondamente ingiusto che venisse infangato per il solo fatto di essere figlio del Preside. Nel secondo caso sarebbe profondamente ingiusto che non fosse il merito a determinare le vittorie nei concorsi.

Per quanto so e conosco, ho solo dei motivi per stimare il prof. Stefoni, e peraltro il curriculum del neoricercatore appare come di tutto rispetto: a prima impressione, propendo dunque per il primo caso.

Nondimeno, c’è un disagio di fondo che dovremmo riconoscere ed affrontare. Un disagio che da un lato muove le lettere anonime che elencano i figli di primari vincitori di concorsi per ricercatore nella Facoltà di Medicina. Un disagio che d’altra parte rischia di esporre al pubblico ludibrio un meritevole solo per la “colpa” di essere figlio di qualcuno. Un disagio che a mio avviso chiede all’Università (e al Parlamento) di prendere in mano la questione della valutazione del merito, e di dare risposte robuste e serie. Non sto a ripetere le cose che ho scritto qualche giorno fa, se avete voglia leggetele.

Credo che fondamentalmente ci siano due strade.

La prima possibilità è puntare sull’oggettività della valutazione, ma allora occorre avere davvero la garanzia che i concorsi premino la competenza in maniera oggettiva e incontrovertibile. Per cui se uno vince un concorso, è il migliore al di là di ogni ragionevole dubbio.

La seconda possibilità è puntare sulla responsabilità. Prevedere meccanismi per cui sia chiaro da chi è dipesa una certa scelta. Valutare i risultati della scelta. Se sono buoni, premiare sia il prescelto che chi lo ha scelto. Se non sono buoni, devono scendere le quotazioni sia del prescelto che di chi lo ha scelto. Un meccanismo più americano, in cui le raccomandazioni sono pubbliche e motivate, e però si rischiano la faccia e il posto.

Quel che non può più funzionare sono le mezze soluzioni all’italiana. Con concorsi teoricamente oggettivi, ma purtroppo non al di sopra di ogni sospetto. Con i responsabili in posti blindati, una volta che sei professore universitario nessuno ti può toccare (o meglio, devi fare qualcosa che metta di mezzo il codice penale, e anche in quel caso non è detto). Con i meritevoli sulla graticola, in ogni caso: o perché penalizzati e sconfitti nonostante le capacità, o perché discussi e sospettati nonostante vincitori di concorso.

E’ un parere che giro anche al Ministro Brunetta, che ieri ha proposto di rendere pubblici i curriculum dei medici: benissimo, ma smetta per cortesia di fare scena al solo fine di instillare il dubbio che i servizi pubblici non funzionino. Perché il tema è farli funzionare, premiare davvero il merito: questo peraltro risolverebbe anche il problema dei fannulloni, che sono solo il segno estremo di un problema di meritocrazia ben più serio e complesso.

Ed è un parere che giro anche al mio leader Veltroni sul tema delle nomine dei direttori delle aziende sanitarie. Non è facendo i concorsi che risolveremmo tutti i problemi. Perché da un lato c’è chi si è assunto l’onere di scegliere, facendo nomine che si sono dimostrate di grande livello, e di ciò è prova una sanità che in alcuni luoghi funziona bene. Dall’altro c’è chi si è reso responsabile di scelte e di nomine che hanno portato allo sfascio la sanità di alcune regioni italiane, e per questo meritava e merita di essere punito (in senso elettorale/politico).

Certo, c’è l’esempio di Storace, che solo per quello che aveva fatto alla sanità laziale meritava di essere mandato a casa, e invece fu promosso da Berlusconi Ministro della Sanità. Ma se il centrodestra ha delle travi, noi abbiamo le nostre pagliuzze: avremmo potuto fare un po’ più di pulizia nelle liste bloccate per il Parlamento del PD, in alcune regioni in cui alcuni nostri esimi colleghi non sono oggettivamente esenti da colpe per la situazione in cui versa la sanità che amministravano.

Per questo non possiamo pensare che la parola concorso abbia di per sé un effetto taumaturgico. O si riesce a rendere i concorsi davvero a prova di bomba, e su questo c’è ancora molta strada da fare, oppure forse vale la pena puntare sulla trasparenza delle responsabilità, con meccanismi di valutazione dei risultati che si riflettano sulle carriere di giudicati e giudicanti.

L’Italia ha bisogno che chi merita venga effettivamente premiato e chi demerita venga serenamente retrocesso. Vale per l’Università, per le aziende sanitarie, ed anche per la politica.

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