La tipica sottovalutazione italiana della tecnologia

22 settembre 2015 Lavoro, Riflessioni, Tecnologia

La tecnologia è pervasiva e l’Italia non si tira indietro: il boom della telefonia mobile da noi è stato rapido ed enorme, per fare solo un esempio. Allora perché parlo di sottovalutazione italiana della tecnologia? Perché in ogni contesto in cui c’entra l’evoluzione tecnologica, se ne parla come se fosse un fenomeno naturale con cui fare i conti, ineluttabile nella sua crescita e nella sua traiettoria.

Nessuno o quasi pare avere la percezione che l’evoluzione della tecnologia sia un fenomeno che può essere anche guidato, che potremmo scegliere in che direzione andare, mettere in campo delle idee invece di limitarci semplicemente ad andare a rimorchio di ciò che via via si rende disponibile.

Così, nel bel convegno su giovani e lavoro che si è tenuto ieri al cinema Galliera dai salesiani, è emersa la preoccupazione (fondata) che l’evoluzione tecnologica e l’automazione della produzione possa avere come effetto collaterale la cancellazione di molti posti di lavoro. Che fare dunque? Resistere o abbandonarsi all’ineluttabile? Ho sentito un vescovo ipotizzare che forse si potrebbe rinunciare a certe innovazioni per conservare posti di lavoro, e il rappresentante degli industriali rispondergli che le aziende per stare sul mercato non possono rinunciare all’innovazione tecnologica che consenta loro di competere sul mercato.

Cosa manca in questo dibattito? La percezione che sia possibile discutere dell’innovazione tecnologica in un’ottica diversa da quella del prendere o lasciare; che potremmo usarne le potenzialità per costruire nuovi strumenti che tengano conto di fattori diversi; che potremmo definire punti di equilibrio diversi se mettessimo in campo visione e lungimiranza (che scarseggiano, in effetti).

Per cominciare, c’è molto da imparare dalle lezioni del passato. Oggi, ad esempio, abbiamo un bel da riempirci la bocca sulla nostra motor valley, salvo il non trascurabile dettaglio che gran parte delle aziende che continuiamo a considerare nostri fiori all’occhiello sono in mani straniere. Era inevitabile? Io non credo, perché sarebbe bastato capire per tempo (fine anni ’80, inizio anni ’90) che nella progettazione dei motori non sarebbero più bastati i nostri pur ottimi meccanici, ma occorreva investire sulla progettazione al computer (adeguando scuole e strumenti) e forse avremmo visto un film diverso. Lo so bene perché in quegli anni provavo a spiegarlo alle persone che incontravo, ma allora come oggi il mondo dei decisori risulta ben distante dal mondo dei competenti. Le scelte non sono state fatte, e le conseguenze si sono viste.

Sulla relazione fra innovazione e lavoro, è dimostrabile che ci sono casi in cui è possibile una scelta, e voglio fare un esempio chiaro. Spesso le aziende (e la PA) che hanno bisogno di una soluzione software si trovano a dover scegliere fra un programma proprietario e una soluzione basata sul software libero. Molti pensano che il software libero sia una soluzione più “povera”: costa meno, rende meno. Non è così: in generale il costo (almeno all’inizio) è comparabile, con la differenza che la soluzione proprietaria è già pronta, mentre quella basata sul software libero è da mettere a punto: dunque quello che si risparmia in licenze lo si deve spendere in competenze (= lavoro). Orientarsi verso il software libero è dunque un modo (tra l’altro) per privilegiare la crescita delle competenze e la creazione di posti di lavoro.

Certo, per andare in quella direzione occorrono scuole in grado di formare persone capaci di fornire le competenze necessarie, senza delegare gran parte della formazione alle stesse multinazionali interessate a vendere le licenze; occorrono dirigenti dei sistemi informativi con la visione e l’indipendenza necessaria per scegliere strade autonome, e non persone che ottengono quei posti in gran parte grazie ad una relazione privilegiata con le stesse multinazionali di cui sopra (e dico questo senza nulla togliere al ruolo importante svolto prima da IBM, poi da Microsoft e oggi da Google, ma una cosa è fare i fornitori, altra è fornire gli indirizzi a chi non è in grado di individuarli autonomamente); occorrono politici e classi dirigenti in grado quanto meno di comprendere di cosa si sta parlando e non fermi all’idea che sia sufficiente attendere, perché è l’innovazione a raggiungerci senza bisogno che siamo noi a metterci ad inseguirla, a definirla, a guidarla.

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