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Vite sospese sulla rotta balcanica

25 Marzo 2021 Mondo e noi

Tra gennaio e febbraio di quest’anno la stampa e la televisione hanno acceso i riflettori su una crisi umanitaria in corso a poche centinaia di chilometri dai confini dell’Italia. Le immagini di uomini, donne e bambini in mezzo alla neve senza indumenti adeguati né riparo, in un inverno particolarmente rigido, hanno colpito l’opinione pubblica. I protagonisti di questa emergenza sono i rifugiati provenienti dalla Turchia che tentano, come in un percorso a ostacoli, di raggiungere l’Europa del Nord attraverso la rotta balcanica, un percorso che parte dalla Grecia e attraversa diversi Stati: Macedonia, Bosnia, Serbia, Croazia, Slovenia. La situazione in questi territori si è complicata a partire dal 2016 quando, in seguito agli accordi tra Turchia e Unione Europea, la rotta è stata ufficialmente chiusa anche se di fatto migliaia di persone hanno continuato a percorrerla.

Si tratta di circa 9000 persone (giovani, donne, anziani, bambini), ancora lì mentre scrivo, di cui 3000 in condizioni di estremo disagio. Dormono in edifici abbandonati e campi improvvisati nel Nord-Ovest della Bosnia-Erzegovina. I fatiscenti campi profughi di Bira e Lipa sono stati chiusi dalle autorità bosniache. La maggior parte delle persone non ha coperte, cibo, acqua, vestiti, oltre a non avere un luogo dove dormire. Una situazione insostenibile soprattutto perché accade in territori dell’Unione Europea, che della promozione dei diritti umani ha fatto il suo vessillo.

Su questo rilevante tema, insieme alla consigliera Palma Costi e ad altri colleghi consiglieri di maggioranza in Regione, ho firmato un’interrogazione per chiedere alla Giunta di sollecitare Governo e istituzioni europee ad agire, per mandare immediatamente aiuti alle persone e per risolvere la situazione nel rispetto dei diritti umani. Nella risposta all’interrogazione, firmata dalla vicepresidente Elly Schlein, vengono forniti diversi elementi per meglio comprendere la situazione.

Dall’inizio del 2018 l’UE ha fornito la considerevole cifra di 89 milioni di euro direttamente alla Bosnia-Erzegovina. Risorse dedicate agli aiuti umanitari per fornire assistenza di emergenza, identificare strutture ricettive adeguate, servizi di assistenza sanitaria primaria e secondaria, salute mentale e supporto psicologico, supporto ai minori non accompagnati, assistenza salvavita a coloro che restano senza tetto, compresi indumenti caldi, sacchi a pelo e cibo. È fondamentale che la Commissione europea monitori attentamente l’utilizzo di queste risorse a tutela dei richiedenti asilo e già l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il Commissario europeo per la gestione della crisi hanno esortato le autorità locali a rendere disponibili le strutture esistenti, a fornire una soluzione temporanea fino a quando il campo profughi di Lipa non sarà ricostruito in modo da rispettare la dignità e i bisogni delle persone, a trovare risposte adeguate nel lungo periodo. La Ue ha già minacciato sanzioni per il governo di Sarajevo, se non si attiva subito con soluzioni immediate.

Anche la Regione Emilia-Romagna sta svolgendo la sua parte: ha istituito un tavolo tecnico con i Comuni e le organizzazioni della nostra regione che operano in Bosnia. Il tavolo si è attivato su due linee, una di emergenza e una più a largo respiro: ha contattato l’Ambasciata d’Italia in Bosnia, ha proposto di istituire un coordinamento delle altre regioni italiane per gestire gli aiuti; ha in animo di inserire azioni legate al sostegno dei rifugiati nei suoi progetti Interreg attivi nei Balcani. La nostra regione, inoltre, segnalerà al Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale la necessità di moltiplicare gli interventi umanitari già previsti e di destinarli direttamente alle ong e alle istituzioni che gestiscono direttamente l’accoglienza ai migranti. Questo senza contare gli aiuti che partono verso la Bosnia da parte delle tante associazioni di volontariato della nostra regione e che vengono raccolti grazie alla generosità di persone attente alle vite degli altri.

Al di là del caso specifico trattato, resta sullo sfondo il tema generale dell’immigrazione, che sarebbe giusto ed opportuno fare uscire dalla gestione emergenziale costruendo un quadro di regole chiare e praticabili, capace di tenere insieme diritti e doveri.

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