Pensieri dalla maratona assembleare sulla legge anti-discriminazioni

26 Luglio 2019 Diritti e doveri

Siamo impegnati in una lunga maratona assembleare per l’approvazione della legge contro le discriminazioni verso le persone lgbt, a causa di un un duro ostruzionismo dei partiti di destra (in particolare FdI) che hanno presentato oltre 1700 emendamenti.

Chi mi segue sa che mi sono battuto, con altri colleghi, per apportare significative modifiche al testo iniziale, come si evince anche dal mio intervento in aula ieri mattina di cui metto qui sotto il video. L’ho fatto nella convinzione che nel testo iniziale ci fossero aspetti ideologici e pratici più dannosi che utili, che abbiamo in larga misura corretto dopo un confronto molto serrato sul testo all’interno del gruppo del PD. Una volta trovata la quadra, il testo è stato cambiato in commissione e adesso è al voto in aula.

Nel campo lgbt diverse persone e associazioni non hanno gradito le correzioni apportate, e questo mi ha procurato una buona dose di insulti e promesse di rivalse in sede elettorale. Ma la politica è anche questo: una linea di coerenza che ti porta a difendere (in questo caso strenuamente) un punto di mediazione raggiunto per varare una legge, anche se fra i beneficiari del provvedimento ci sono persone che certamente non ti saranno grate.

Quanto alla destra, la cosa più faticosa non è stare in aula per votare questa montagna di emendamenti, ma ascoltare le loro argomentazioni. Molti degli appunti che fanno alla legge sarebbero in parte giustificati se fosse ancora in discussione il testo iniziale, ma col nuovo testo nella maggior parte dei casi non hanno proprio più senso. Ma loro imperterriti continuano a dire che le correzioni non sono sufficienti a fugare i dubbi, che l’impianto resta inaccettabile, chi ci assicura che le interpretazioni future non siano discutibili e cose del genere.

Faccio un esempio: nel testo iniziale ricorreva varie volte il concetto di contrastare gli stereotipi. Ora, occorre essere coscienti del fatto che parlare di stereotipi può portare ad ambiguità interpretative. Coloro che contrastano la “teoria del gender” tipicamente fanno l’esempio che qualcuno potrebbe considerare uno stereotipo (da superare) la famiglia tradizionale. Ma ci sono anche stereotipi effettivamente “cattivi” nei confronti delle persone lgbt, pregiudizi da contrastare, e su questo a parole tutti concordano. Come facciamo allora a chiarire nel testo che intendiamo riferirci a questo tipo di stereotipi e non a concetti su cui possono legittimamente esserci opinioni diverse? La scelta adottata, su proposta mia e di altri, è stata quella di parlare di “stereotipi discriminatori”. Così è chiaro che non tutto è stereotipo, ed anche se lo fosse non è detto che sia discriminatorio, e per maggiore sicurezza li abbiamo definiti in modo che sia chiaro che non possano entrare nel campo della diversità delle opinioni, e che debbano essere  pregiudizi effettivamente lesivi della dignità delle persone.

Ecco la definizione contenuta nell’articolo 2 della legge in discussione: “per stereotipi discriminatori si intendono, nel pieno rispetto della libertà di pensiero, di educazione e di espressione costituzionalmente garantiti a tutta la cittadinanza, i pregiudizi che producono effetti lesivi della dignità, delle libertà e dei diritti inviolabili della persona, limitandone il pieno sviluppo”.

Bene, poco fa un consigliere di FdI, leggendo suppongo un parere giuridico vergato da qualche giurista di destra, ha appena detto che il concetto di “stereotipi discriminatori” è troppo vago, perché qualcuno potrebbe ritenere tale anche, ad esempio, la famiglia tradizionale! Sarei proprio curioso di chiedergli, o meglio di chiedere ai giuristi o presunti tali da cui ha attinto i concetti per il suo intervento, come scriverebbero loro una definizione di quegli stereotipi che a parole tutti riconoscono come effettivamente da contrastare. Perché altrimenti, se ogni definizione circostanziata è troppo vaga, la verità forse è che per loro nessuno di quei pregiudizi sia in effetti da superare, ipotesi peraltro congruente col fatto che loro contrastano la legge a prescindere dal contenuto, e incuranti delle importanti modifiche apportate al testo.

Se il pericolo è quello di forzature interpretative che possano portare a distorsioni ideologiche o a fare a pugni col buon senso – purtroppo le polemiche sul tema del “gender” sono spesso basate su casi anche di questo tipo – il modo giusto per correggerle è proprio quello di migliorare le definizioni e le regole, come abbiamo provato a fare in questa legge. Se si hanno dubbi sulla formulazione trovata, si suggerisca come migliorarla. Ma rifuggire dal merito come se non ci fosse alcuna differenza serve solo a peggiorare le cose.

Questo rafforza in me l’impressione che nel muro contro muro fra pro-gender e anti-gender (uso questa definizione solo per dare un nome alle due posizioni contrapposte),  le posizioni estreme, quelle del tutto disinteressate al dialogo ma solo allo scontro totale, finiscano per sostenersi a vicenda, e che i migliori testimonial della cosiddetta “lobby gay” siano proprio coloro che la contrastano con processi alle intenzioni incuranti del merito, modalità di cui la destra in quest’aula sta in queste ore dando un fulgido esempio.

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