Maternità surrogata, emendamenti, appelli e ipocrisie

24 Aprile 2019 Riflessioni

La maternità surrogata è una pratica che si va diffondendo sempre più e su cui è in corso, da tempo, una larga offensiva culturale da parte di chi vuole che venga riconosciuta e normata come una modalità pienamente accettabile attraverso cui avere figli. È un punto di vista che non condivido, ma che comprendo, essendo fondato su una impostazione logica (ultraliberista) chiara e lineare: le donne hanno il diritto di disporre del proprio corpo fino al punto di poterne fare mercato; i bambini sono beni ottenibili anche su commissione.

Io ritengo invece che la maternità surrogata sia una modalità di procreazione profondamente lesiva della dignità e della salute della donna e dei diritti umani primari dei bambini oggetti di questa forma contrattuale, e che quindi sia da respingere, prima di tutto sul piano culturale. Anche questa posizione si fonda su una logica chiara, esplicita, lineare: il mercato del corpo delle donne è legittimazione di uno sfruttamento, e come tale va condannato; avere bambini non è un diritto e la loro tutela comincia dal non considerarli alla stregua di beni e servizi su cui fare accordi di tipo commerciale.

Sono due punti di vista opposti e fra loro inconciliabili, e fra cui è urgente ed indispensabile operare una scelta, anzitutto – lo ribadisco per la terza volta – sul piano culturale. Non scegliere, tenere posizioni ambigue e possibiliste, rimandare ad un futuro indistinto una riflessione ponderata – l’elenco delle giustificazioni che si sentono in materia può risultare molto lungo – significa nei fatti assecondare la deriva in corso, che attraverso la propaganda e la diffusione incontrastata del fenomeno mira a fare accettare la “normalità” di questa pratica.

L’imponenza della campagna a favore della maternità surrogata è facilmente riscontrabile dal punto di vista pratico e comunicativo, se solo si hanno occhi per vedere. Se scrivete “maternità surrogata” (o qualsiasi sinonimo) in Google vi risponde una valanga di annunci a pagamento pronti a soddisfare commercialmente il vostro ipotetico desiderio. Ogni decisione di tribunali, corti varie, istituzioni che, in nome della difesa dei diritti dei bambini già nati, procede a riconoscere i committenti come genitori, viene salutata con giubilo – come passo avanti verso “i diritti” – da commentatori che si guardano bene dall’esprimere il minimo giudizio critico verso la pratica seguita per farli nascere. Personaggi noti e meno noti scelgono di rendere pubblica la propria scelta di ricorso alla maternità surrogata per promuoverne lo sdoganamento, contando sulla naturale e giusta simpatia del pubblico verso i bambini – che dopo essere stati oggetto di un contratto commerciale vengono utilizzati anche come testimonial della procedura attraverso cui sono venuti al mondo – e sulla compiacenza di intervistatori che di solito evitano di informarsi sui corrispettivi economici versati in cambio del “servizio” ottenuto o come “rimborso spese”, e sui diversi altri aspetti problematici di tale pratica: i bombardamenti ormonali cui vengono sottoposte le donne che forniscono l’ovulo (le chiamano donatrici ma ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi è una prestazione a pagamento), lo psicologo affiancato alla gestante per impedire l’attaccamento al bambino (compreso nel prezzo del servizio fornito da alcune delle “migliori” agenzie – ci sono inchieste che parlano di “riprogrammazione cognitiva” delle gestanti), il parto cesareo in anestesia totale fornito come bonus extra (ovviamente a pagamento, così la partoriente nemmeno vede il bambino) eccetera.

Non solo ciò accade senza minimamente tenere conto del fatto che la Corte Costituzionale italiana abbia esplicitamente affermato che la surrogazione di maternità «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane» (sentenza 272/2017). Ma siamo arrivati al punto che il divieto penale inserito nella legge 40/2004 venga paradossalmente utilizzato come argomento per contrastare qualsiasi tentativo di porre un argine all’imponente offensiva culturale volta a legittimare la maternità surrogata: siccome è già vietato per legge, guai a spendere una parola di critica, andiamo avanti così che andiamo bene.

Proprio così: qualcuno è riuscito a definire pleonastico e devastante il nostro emendamento al progetto di legge contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, in discussione in questo periodo nell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna. Solo una linea di ragionamento illogica e surreale (ovvero una gigantesca malafede) può condurre a bollare un emendamento contemporaneamente come pleonastico e devastante. Ma è quello che è successo, e purtroppo da parte di esponenti del nostro stesso partito.

Ma prima di entrare nel merito di questa vicenda voglio completare le premesse, e lo faccio dichiarando un mio punto debole: la mia formazione scientifica (matematica), le mie competenze professionali (informatiche), il mio grande amore per la logica, mi porta ad apprezzare intellettualmente le posizioni altrui quando ne riconosco la logica, anche se non sono d’accordo, mentre quando sento affastellare affermazioni contraddittorie fra loro alla disperata ricerca di un ragionamento che non esiste ovvero sostenere tesi intrinsecamente insostenibili, faccio fatica a sopportarlo.

Per questo, pur non condividendo il loro pensiero, intellettualmente non sono infastidito da chi è nitidamente a favore della maternità surrogata. È naturale che costoro contrastino l’emendamento che ho firmato. È logico che costoro preferiscano chiamare questa pratica GPA (gestazione per altri), e contrastino l’espressione “utero in affitto” perché da essa traspare un giudizio negativo (si veda la campagna nazionale di Arcigay in occasione della giornata contro la violenza alle donne del 25 novembre 2018, in cui si afferma che l’espressione utero in affitto – la terminologia, non la pratica – è violenza alle donne). Il giudice Marco Gattuso si è appellato nei giorni scorsi al presidente Bonaccini perché venga cassato il nostro emendamento: l’ha fatto difendendo esplicitamente ciò che ritiene essere il diritto (anche suo personale) di ricorrere alla GPA all’estero senza che nessuno possa permettersi di esprimere un giudizio negativo su tale condotta. Qui non voglio rispondergli nel merito, ma solo dire che riconosco la logica del suo ragionamento, pur non condividendolo.

Mi fanno invece cadere le braccia coloro che, non avendo il coraggio di esplicitare il proprio sostegno alla pratica della maternità surrogata, oppure alla ricerca di una posizione mediana che consenta di dare un colpo al cerchio e uno alla botte (in modo da travestirsi da sostenitori dell’una o dell’altra posizione a seconda degli interlocutori del momento), o più prosaicamente per ragioni di posizionamento politico, contrastano l’emendamento con le scuse più diverse (è fuori tema, è scritto male, è una materia da approfondire, serve un opportuno dibattito, basta già la legge 40, eccetera).

Un approfondimento e una risposta la devo in particolare all’appello al ritiro dell’emendamento promosso dalle consigliere comunali bolognesi Roberta Li Calzi e Gabriella Montera, e sottoscritto da 200 iscritti al PD bolognese, fra cui alcuni esponenti politici di primo piano. Il testo dell’appello – scritto con rigoroso rispetto della terminologia adottata dai sostenitori della maternità surrogata (“gestazione per altri o altre”, “genitori intenzionali” eccetera) – elenca inizialmente alcune delle scuse tattiche di cui dicevo prima, ma poi entra nel merito.

Le scuse tattiche sono critiche sulla redazione del testo, ignorando le motivazioni che invece ho spiegato chiaramente in sede di commissione ed il fatto che già esso sia frutto di una mediazione interna al gruppo PD regionale: ad esempio io avrei preferito scrivere solo “prostituzione” e non “sfruttamento della prostituzione” come recita il testo. La modifica incide sulla LR 6/2014 per dare valenza globale al principio, in modo da ricomprendere coppie etero ed omo, ed afferma che questa pratica costituisce “sfruttamento della donna e violazione della dignità della persona” (come altre, senza per questo equipararle). Poi l’appello ricorda che la legge 40 vieta questa tecnica: ma se tutto ciò che è vietato penalmente non potesse essere oggetto di leggi regionali che agiscano su piani diversi, allora dovremmo buttare via diverse leggi, compreso il progetto in discussione, visto che anche discriminazioni e violenze sono reati penali. Infine, la solita scusa del “fuori tema”: se fosse vero ci chiederebbero di spostarlo, non di ritirare l’emendamento. Tutto questo mio post dimostra che non è affatto fuori tema. Ma a ben vedere è lo stesso appello in questione a riconoscerlo.

Infatti, quando l’appello Li Calzi-Montera entra nel merito, afferma che sulla maternità surrogata è in corso un dibattito “sulla distinzione fra le situazioni di sfruttamento e quelle fondate sulla libera autodeterminazione della donna”. Ebbene, questa distinzione è precisamente il presupposto logico necessario a legittimare la maternità surrogata (come libera autodeterminazione della donna, così come per la prostituzione). Chi si oppone alla maternità surrogata ritiene che non ci sia distinzione che tenga, perché sarebbe sfruttamento comunque, anche se l’adesione fosse “volontaria”. Chi la promuove ritiene invece che l’autodeterminazione escluda di per sé che vi sia sfruttamento, e quindi opera e chiede di fare quella distinzione.

L’appello anti-emendamento poi prosegue: “minacciare di togliere finanziamenti a quelle associazioni che non condividano il punto di vista dei proponenti, ci sembra una minaccia alla libertà di espressione e di iniziativa politica di quelle tante associazioni di donne e LGBTI che affrontano la questione portando avanti le proprie legittime posizioni sul tema”. È una osservazione molto onesta: lo scopo dell’emendamento è proprio assicurarsi che i finanziamenti regionali non vadano a sostenere iniziative e associazioni che promuovono culturalmente l’accettazione della pratica della maternità surrogata. Quindi l’appello riconosce che vi sono associazioni che sul tema “non condividono il punto di vista dei proponenti” dell’emendamento, vale a dire che sono favorevoli alla maternità surrogata e la sostengono. Vedete, è tutto molto chiaro: l’appello chiede che le associazioni che stanno operando per promuovere culturalmente questa pratica possano continuare a farlo, senza che ciò precluda i finanziamenti regionali della legge in corso di approvazione. Anche altri appelli che stanno girando in questi giorni chiedono peraltro la stessa cosa, libertà di promuovere la maternità surrogata, una pratica vietata dalla legge, senza per questo perdere finanziamenti regionali.

È molto logico che l’appello sia stato firmato dai sostenitori della maternità surrogata. Ma che dire di coloro che invece si dicono “dubbiosi o contrari” e che l’hanno comunque firmato? Io stesso ho mandato messaggi a diversi amici firmatari, e tutti coloro che ho interpellato mi hanno risposto arrampicandosi sugli specchi per dire che la loro firma non intendeva affatto essere a sostegno dell’utero in affitto. Una inconsapevolezza davvero preoccupante.

Bando alle mezze misure, agli atteggiamenti ambigui, all’incapacità di assumere una posizione chiara su questo argomento. Chi sui giornali o nel dibattito politico parte da situazioni limite (vedi la nonna americana che ha partorito il nipote per conto del figlio) per parlare di amore e gratuità, lasci perdere. Posto che su cosa è amore ci sarebbe da discutere, ma siccome ci si riferisce al sentimento, segnalo che non può di per sé essere salvacondotto per fare qualunque cosa (anche chi fa sesso e talvolta figli con minori di solito si dice innamorato). E soprattutto non si può giudicare un fenomeno vasto come questo della maternità surrogata basandosi su pochi casi limite: la realtà che è sotto i nostri occhi è quella di un florido mercato in costante espansione, in grado di fornire risposte certe al desiderio di genitorialità di chiunque abbia i soldi per poterselo permettere, a prezzo di corrispettivi non solo finanziari ma anche umani che è doveroso considerare e su cui occorre prendere posizione. E la logica che vi è sottesa non può essere assunta a piccole dosi: se si accetta che l’autodeterminazione femminile possa includere anche mettere sul mercato l’accesso al proprio corpo, le conseguenze non sono difficili da prevedere.

Chi vagheggia soluzioni intermedie o ambigue, si documenti e legga cosa dice chi la teorizza e la sostiene in modo chiaro ed esplicito. E prima di tutto cominci col chiamarla GPA perché utero in affitto non va bene, come pure “compravendita, donazione o locazione, trattandosi in tutta evidenza di un negozio giuridico, a titolo gratuito od oneroso, avente ad oggetto una prestazione d’opera: la gestazione per altri”. E a ben vedere, il titolo gratuito ha poco senso, anzi nell’interesse della donna è opportuno che ci sia un interesse economico, poiché “l’avversione per la previsione di un corrispettivo, contemplato nel nostro sistema anche per attività di elevato valore sociale, risiede su soggettive valutazioni d’ordine morale che nel sistema giuridico non trovano fondamento positivo quando sia assicurata la libera determinazione della donna e che, anzi, rischiano di ledere proprio i suoi interessi”. Questo discorso vale non solo per le donne occidentali, ma anche per quelle dei paesi in via di sviluppo, poiché “non può negarsi il diritto della gestante ad un compenso, atteso che gli interessi della portatrice trovano maggiore, e non minore, considerazione e protezione giuridica quando la stessa sia retribuita; da questo punto di vista si evidenzia come persino in alcune realtà del terzo mondo non possa muoversi alcun rimprovero alla donna che scegliendo di realizzare una GPA acceda ad un guadagno decine di volte superiore a quello che avrebbe, lavorando in condizioni di insostenibile sfruttamento, per un analogo lasso di tempo”. Insomma, “la GPA consente una modalità di concepimento e nascita che corrisponde alla volontà di tutte le parti e che conduce ad una win-win situation soddisfacente tanto per la gestante che per i genitori intenzionali”. Tutte le citazioni in corsivo di questo paragrafo sono tratte da un intervento del giudice Gattuso del 2017, riportato su giudicedonna.it.

Ultima nota sull’appello Li Calzi-Montera: mi ha colpito che nel presentarlo una promotrice abbia voluto specificare che fra i firmatari “ci sono anche molte persone cattoliche, altre che hanno dubbi o sono contrarie alla gpa”. Mi ha colpito perché io non ho mai sostenuto le mie convinzioni politiche esibendo il mio essere cattolico. È un fatto che non nego, ovviamente, ma che non porto mai come motivo, perché non ho la pretesa di argomentare le mie posizioni politiche o di chiedere adesioni su di esse a partire dal mio credo religioso. Invece rilevo due cose: primo, ci sono persone che evidentemente ci tengono a sottolineare di essere cattoliche mentre esprimono posizioni che solo loro sanno come si possano conciliare con la fede; secondo, l’etichetta di “cattodem” che mi viene rifilata in modo martellante, oltre a non essere da me né richiesta né gradita, ha un evidente sapore discriminatorio. Il sottinteso è “non dategli retta, lo dice solo perché è cattolico”, come se si trattasse di una pericolosa malattia, senza minimamente ascoltare la motivazione che invece è tutta politica. Lo è al punto che condivido questa battaglia con femministe storiche e autorevoli, associazioni come ArciLesbica e persino – come ho scoperto recentemente – con Stefano Fassina, che ha scritto che continua “a non comprendere come una cultura politica progressista possa ritenere una conquista l’estensione del mercato, con i suoi brutali e squilibrati rapporti di classe, nella sfera umana più preziosa e distintiva, cioè la maternità”. Sottoscrivo. Non dovrebbe essere così strano che la sinistra si collochi dalla parte dei più deboli, che in questa pratica non sono ovviamente i committenti, e in altre parti d’Europa peraltro succede: ad esempio il governo Sanchez in Spagna sta prendendo provvedimenti molto duri, solo in Italia c’è una sedicente sinistra che si acconcia a difendere la maternità surrogata, mentre chi la rappresenta latita o balbetta.

Vengo alla vicenda specifica di questa legge regionale. Una prima proposta era stata presentata nel 2014 da Franco Grillini, ma era decaduta senza essere mai discussa a causa della fine anticipata del mandato di Vasco Errani. Anni dopo, mentre nel 2016 il Parlamento varava la legge sulle unioni civili, il progetto di legge era informalmente ricomparso in una versione rivista e corretta (in peggio). La novità principale era la comparsa del termine omotransnegatività, che non c’era nel progetto di Grillini. Cosa sia l’omotransnegatività non è chiarissimo, ma è evidente che costituisce una estensione del concetto di omotransfobia: la legge avrebbe quindi voluto contrastare non solo gli atteggiamenti discriminatori (omofobici) ma anche “l’intera gamma di sentimenti, atteggiamenti e comportamenti negativi verso l’omosessualità e le persone omosessuali” (citazione della psicologa Margherita Graglia). Una definizione vaga che insiste su un confine già di per sé labile e che non chiarisce quale sia la gamma di discriminazioni che la legge intenderebbe combattere. Se stiamo parlando, per esempio, di negare un posto di lavoro a una persona perché omosessuale, quella è certamente una discriminazione da combattere. O invece può essere considerato omotransnegativo e dunque discriminatorio anche esplicitare una condanna della maternità surrogata? Su questo interrogativo e su molte altre lacune del testo originario ci si era arenati, e il progetto di legge non era mai stato formalmente presentato.

Un’aggressione con risvolti omofobici subìta da uno studente inglese a Bologna nella primavera del 2018 (si scoprì in seguito che gli aggressori erano due moldavi) fu l’occasione per Arcigay e politici contigui di richiedere a gran voce il varo della legge regionale. Prontamente la giunta comunale di Bologna promosse il testo di legge e lo fece votare al Consiglio comunale. In realtà nella delibera comunale si parla di adesione ad un progetto di legge regionale, ma siccome formalmente il progetto non esisteva, avendo allegato testo e relazione alla delibera, il Comune di Bologna, poi seguito da Reggio Emilia e alcune altre municipalità, ne è diventato il proponente effettivo. Sul testo, così formalizzato, espressi a quel punto pubblicamente le mie perplessità.

La differenza di opinioni fra me e il sindaco Virginio Merola su questo argomento è palese e non è mia intenzione nasconderla. Merola, insieme all’assessora Susanna Zaccaria e diversi esponenti della sua giunta che pure hanno firmato l’appello al ritiro dell’emendamento, ha esplicitamente sposato la linea logica che fonda sull’autodeterminazione la liceità di ogni utilizzo del corpo femminile, sia esso la prostituzione o la maternità surrogata. Lo ha platealmente dimostrato un significativo incidente che abbiamo avuto sulla prostituzione, quando a novembre 2018 il sindaco decise – accogliendo le sollecitazioni pubbliche di diversi esponenti di Arcigay – di ritirare l’uso del logo alla presentazione del libro di Rachel Moran “Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione” che avevo contribuito ad organizzare a Palazzo D’Accursio. Nell’occasione l’assessora Zaccaria esplicitò che fra i motivi del dissenso c’era “la piena consapevolezza che la prostituzione, sia pure in casi minoritari, può essere volontaria”. Non è un caso che l’autodeterminazione sia esattamente la radice giustificativa anche della maternità surrogata. Ora, che in uno stesso partito possano esservi idee diverse su uno specifico argomento, è anche fisiologico. Ma è davvero inusitato arrivare a togliere l’uso del logo del Comune (non ho memoria che fosse mai successo prima, mi hanno detto che da un’interrogazione è emerso come unico precedente un convegno antivaccinista) ad una iniziativa che aveva comunque il patrocinio dell’Assemblea Legislativa della Regione, e che consisteva nella presentazione di un libro di una coraggiosa attivista femminista irlandese uscita da un’esperienza di prostituzione. In un mondo normale, una persona del genere viene accolta con tutti gli onori, come ad esempio ha fatto l’amministrazione comunale di Rimini l’8 marzo 2019. Ma a Bologna evidentemente su questi argomenti di normale c’è rimasto poco.

Tornando al progetto di legge, nei mesi scorsi abbiamo lavorato molto con alcuni colleghi consiglieri del PD per ripulirlo dalle palesi problematiche che vi erano contenute, a partire dal termine omotransnegatività. La relatrice Roberta Mori ha firmato 23 emendamenti, molti dei quali sottoscritti anche da me ed altri, e ha dichiarato che è convinta di aver così migliorato e rafforzato la legge, rendendola meno attaccabile ed impugnabile. Dimostrazione di un lavoro fatto insieme in cui, pur partendo da punti di vista differenti, abbiamo largamente migliorato il testo. Lo stesso appello Li Calzi-Montera afferma che “sono già stati presentati emendamenti e apportate modifiche al testo originario, che tengono conto delle diverse sensibilità”.

Ma al di là dei miglioramenti al testo che abbiamo infine condiviso, restava una domanda aperta: quale è il perimetro delle discriminazioni da combattere? Fermo restando che tutti concordiamo (almeno a parole) sulla necessità di promuovere tolleranza e rispetto e combattere ogni forma di intolleranza e di violenza, come si collocano temi quali la maternità surrogata, in questo quadro? L’esperienza, come ho detto all’inizio, è per l’appunto di un tifo da stadio per ogni passo che si iscriva nell’ottica di uno sdoganamento culturale di questa pratica, ed un silenzio assoluto e complice sugli aspetti negativi nonché sui pronunciamenti contrari quale quello della Corte Costituzionale. Proprio per questo era un dubbio da sciogliere.

Il campo di intervento della Regione è soprattutto la promozione di progettualità, culturali, formative e così via. L’emendamento stabilisce che la Regione non intende finanziare chi promuove o fiancheggia la pratica della maternità surrogata. Se non ci fosse stato un problema reale, ovvero se il fatto che questa pratica in Italia sia un reato penale fosse stato una garanzia sufficiente per rendere del tutto pleonastica e ininfluente la nostra precisazione, avremmo assistito ad una rapida approvazione della legge senza particolari contestazioni. Invece c’è stata una sollevazione, tanto forte al punto di accusare noi firmatari di omofobia: accusa che conferma in modo plateale che a molti non è chiaro il confine fra discriminazione e contrasto alla maternità surrogata, a ulteriore dimostrazione che non siamo affatto fuori tema. Sia l’appello Li Calzi-Montera che altre successive dichiarazioni riconoscono che l’emendamento taglierebbe i finanziamenti regionali ad alcune associazioni, ovvero ammettono che queste associazioni lottano contro le discriminazioni omofobiche promuovendo anche la pratica della maternità surrogata. Proprio perché il tema esiste ed è di merito, non possiamo continuare a divagare: occorre prendere con chiarezza posizione, sapendo che sulla maternità surrogata non ci sono vie di mezzo e che il silenzio di chi è dubbioso favorisce il consolidarsi di questa pratica, ed è dunque complice. E se il silenzio è complice, a maggiore ragione chiedere il ritiro dell’emendamento equivale ad esprimersi a favore della maternità surrogata: chi pretende che non sia così fa un’affermazione palesemente illogica.

Questo post si è fatto lungo, ma sulla maternità surrogata c’è ancora qualcosa da dire. Perché c’è chi dice che bisognerebbe parlarne in altro contesto, visto che la grande maggioranza degli utilizzatori della pratica è costituita da coppie eterosessuali. In realtà, essendo la pratica svolta all’estero, non ci sono dati precisi ed aggiornati, ma da quel che si sa circa il 70% è commissionato da coppie eterosessuali (dati di alcuni anni fa). Come ha rilevato nel dibattito la giornalista femminista Marina Terragni, se le coppie eterosessuali sono circa il 95% del totale e se si considera che metà delle coppie omosessuali sono lesbiche (che non hanno bisogno della maternità surrogata per avere figli), ne consegue che il 30% del mercato della surrogata è appannaggio del 2% di coppie formate da due uomini. Ossia se anche in senso assoluto sono più le coppie eterosessuali ad utilizzare questa pratica, in senso relativo la diffusione del fenomeno sarebbe 20 volte più alta fra le coppie omosessuali. Inoltre, rilevo che nel dibattito pubblico le voci a sostegno della maternità surrogata sono quasi tutte concentrate all’interno o attorno ai movimenti che lottano contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, come anche questa nostra vicenda dimostra. Insomma, sono del tutto infondate le accuse di uno stigma verso il mondo omosessuale nel parlare di maternità surrogata nel contesto di una legge contro le discriminazioni.

Infine, vorrei dire una parola di più sui bambini, che in tutto questo dibattito rischiano di essere usati soltanto in modo strumentale, senza che ci si ponga mai davvero dal loro punto di vista.

Perdonatemi se parto da un’osservazione un po’ terra-terra, ma quale è l’offesa peggiore che si può fare ad una persona da che mondo è mondo? E’ offendere la madre. L’avversario potrebbe essere la quintessenza del cinismo, miserabile e pessimo sotto mille aspetti, privo di affetti e di cose a cui tiene davvero, incurante anche per se stesso, ma una cosa cara di sicuro ce l’ha: la donna che gli è madre. E anche se si trattasse della donna meno meritevole e degna, se fosse morta nel parto o l’avesse abbandonato in fasce per fuggire lontano, sarebbe in ogni caso la donna che lo ha portato nel grembo per nove mesi, instaurando un legame viscerale nel senso proprio del termine, e che lo ha messo al mondo. Per questo ci è sempre intollerabile che venga offesa la dignità della donna che ci è madre. Dopodiché la vita, come può essere arida può anche essere ricca di amore, e ci sono storie bellissime di adozioni, donne che puoi giungere a chiamare mamma anche se non sono la donna che ti ha portato in grembo, non bisogna mettere limiti alla bellezza. Ma ogni persona sa di avere un minimo garantito: essere figlio di una mamma.

Essere padre è una cosa bellissima e difficile al tempo stesso, i figli sono parte di noi e il rapporto è fortissimo, ma se parliamo di legame viscerale sappiamo che è in senso figurato e non proprio: non è la stessa cosa. Il padre è una figura importante, chi non ce l’ha ne sente la mancanza, ma può capitare che succeda di non averlo mai avuto, sfuggente comprimario in un concepimento prima di scomparire. Ma la madre no, quello è il minimo sindacale, il minimo garantito, almeno fino all’avvento della maternità surrogata. Una tecnica che programmaticamente punta a privare il bambino della propria madre. Lo spiega bene il giudice Gattuso nella sua lettera al presidente Bonaccini, parlando della donna che gli ha fornito il servizio gestazionale (penso che lui lo definirebbe così) in California: “la nostra gestante non è né ha mai voluto essere “madre” di nostro figlio (con cui non ha alcun legame genetico) e anche quando lo aveva in grembo lo indicava ai suoi figli non come un loro fratello, ma come nostro figlio”. Non è un fatto incidentale, ma programmatico: i figli della maternità surrogata non hanno madre. Io non so se siamo davvero in grado di cogliere la portata di intrinseca misoginia in questo tipo di pratica, la sottrazione alla donna della maternità e al bambino della propria madre mi pare un fatto talmente enorme da non avere bisogno di alcuna spiegazione.

Eppure su tutto questo scende il silenzio, un silenzio complice o timoroso a seconda dei casi. Qualcuno sostiene che con quell’emendamento noi vorremmo impedire che si parli o si facciano convegni sulla maternità surrogata: ovviamente il problema non è parlarne, ma farlo facendo finta che sia tutto normale e tranquillo. Si fanno convegni anche sulla tratta delle donne e dei minori, o sul razzismo, e non c’è nessun problema perché (e finché) è chiaro che si tratta di fenomeni spregevoli e da combattere: quando invece accadesse (e di questi tempi può capitare) che il convegno giustifichi il razzismo, allora il problema c’è, e non piccolo. Come a mio avviso il problema esiste quando si parla di maternità surrogata senza almeno ricordare come l’ha definita la Corte Costituzionale, e ci si limita magari a informare asetticamente sul fatto che la stessa non sia consentita in Italia ma lo sia in altri paesi (sottinteso: più avanzati). E di questi tempi può capitare. Anzi, capita. Qualche mese fa ho fatto un passaggio alla presentazione in Regione del progetto Doing Right(s), in cui è partner anche la nostra Agenzia Sociale e Sanitaria. Sul sito c’è diverso materiale, ed un glossario che assume pienamente la terminologia di chi è favorevole a questo tipo di pratica, che viene infatti introdotta asetticamente come possibilità “attraverso cui le persone LGBT+ diventano genitori (…) facendo ricorso all’adozione o alle tecniche di riproduzione assistita, che includono la donazione di sperma e/o ovociti, così come la gestazione per altri – cioè un accordo in cui una donna porta avanti una gravidanza e il parto per un’altra persona o coppia – nei paesi in cui ciò è consentito”.

Non cito quel progetto in quanto esempio palese di attività (istituzionale per giunta) che promuove l’accettazione sociale della pratica della maternità surrogata, anche se è questo certamente il caso, ma perché pur essendo chiarissimo il taglio pro maternità surrogata di tutta la pubblicazione, a un certo punto la verità irrompe in un dettaglio. Infatti il glossario riporta la testimonianza di Aitor, 11 anni, figlio di due padri, nato con gestazione per altri: “I miei compagni mi chiedono molto spesso dei miei genitori. Mi chiedono come sono nato e dov’è mia madre, perché tutti ne hanno una. Devo sempre spiegare quanto i miei papà mi hanno voluto e cercato. Hanno attraversato l’oceano per trovare mia madre e farmi nascere. Vorrei che questo venisse spiegato in classe, così smetterebbero di chiederlo”. Solo questo vorrei fare notare al giudice Gattuso, come quel bambino ha chiamato la donna che per contratto ha svolto il servizio di gestante per conto dei genitori intenzionali committenti: l’ha chiamata “madre”.

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