Un Sì per sbloccare il Paese

2 Ottobre 2016 Articoli

20161002cor-paruolo-per-il-siStanco delle esagerazioni e degli insulti che in molte bacheche dominano il dibattito sulla riforma costituzionale, ho cercato la chiave di lettura per comprendere le ragioni delle persone che stimo che votano no. L’ho trovata nelle parole di Carlo Smuraglia, nel confronto con Matteo Renzi alla Festa dell’Unità, quando ha detto che con la bocciatura della riforma costituzionale non sarebbe successo nulla, il Paese sarebbe rimasto esattamente com’era. Concetto ribadito da Gustavo Zagrebelsky e da ultimo anche dalla mia collega Silvia Prodi ieri su questo giornale.
La riforma costituzionale viene percepita da tutti come una semplificazione del quadro istituzionale e delle sue procedure che aumenta la possibilità per chi vince le elezioni di promuovere leggi, introdurre riforme, governare il Paese. Coloro che pensano che una più forte governabilità sia un bene votano Sì, quelli che pensano che invece sia un male votano No.
La governabilità debole è una costante della politica italiana: in 70 anni si sono succeduti ben 63 governi, spesso frutto di coalizioni costruite solo dopo il voto. Era la prassi col proporzionale, ma anche col maggioritario non è cambiato molto: vuoi per coalizioni raffazzonate che non hanno retto alla prova del governo, vuoi per gli esiti differenziati sulle maggioranze di Camera e Senato dei sistemi elettorali. Dopo decenni di stagnazione, continuare a preferire una governabilità debole rivela che il timore che possa essere usata per cambiare in peggio prevale sulla speranza che venga usata per cambiare in meglio.
C’è chi ritiene che si possa tranquillamente andare avanti così, mentre io penso che restare fermi sarebbe un dramma.
Il problema, infatti, non è la fuga degli investitori stranieri in caso di vittoria del no, ma il fatto che tanti investitori (non solo stranieri) sono andati via da tempo e ora dobbiamo convincerli a tornare. È aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità, aumentando il debito pubblico e rubando il futuro alle giovani generazioni. È tollerare che la meritocrazia sia stretta nella morsa fra chi si adegua al sistema delle raccomandazioni e chi invece preferisce l’appiattimento senza valutazioni, col risultato che tanti dei nostri migliori giovani si trasferiscono all’estero.
Chi può pensare che si possa andare avanti così? Forse chi non è toccato dalla crisi. Chi non ha mai fatto esperienza di concorrenza in settori non assistiti dalla politica. Chi si illude che si possa redistribuire ricchezza senza preoccuparsi di produrla. O chi insegue fandonie populiste, come dare la colpa all’euro. Moltissimi sono in buona fede, ma lo era anche chi continuava a ballare sul Titanic sicuro che non sarebbe mai affondato.
La riforma non è perfetta né di per sé risolutiva, ma non comporta alcun rischio di torsione autoritaria e assicura una maggior governabilità, che poi andrà utilizzata per il meglio. Rifiutarla significa perpetuare l’ingessatura del Paese, nell’illusione (esiziale) che basti stare fermi per salvarci. Voto Sì per scommettere sulla speranza dell’Italia di cambiare e risollevarsi.

[Intervento pubblicato sul Corriere di Bologna il 2 ottobre 2016]

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