Altro che nativo, io sono un partigiano fondatore del Partito Democratico

14 agosto 2014 Memoria, Riflessioni

La mia storia politica nel segno del #cambiaverso (1)

bandierepdHo il massimo rispetto di chi è in politica da poco ed è dunque “nativo” del PD e non un “ex” dei partiti precedenti. Ma nativo non significa necessariamente essere un alfiere del cambiamento utile. Anzi, bisogna proprio smettere di parlare di cambiamento senza qualificarlo, e peggio ancora di usare l’etichetta “nuovo” in modo immotivato e quindi tendenzialmente mistificatorio.

Io sono nato negli anni del boom demografico, quindi ben dopo la guerra. Non mi sognerei mai di andare a dire ad un partigiano, che ha combattuto la guerra di liberazione, che è meno legato di me alla Repubblica Italiana solo perché io ne sono cittadino da quando sono nato! Al contrario, tutti dobbiamo ricordare che è grazie a chi in quegli anni ha combattuto contro la dittatura (con le armi ma non solo) che oggi siamo qui a parlarne: è una differenza non da poco.

In modo analogo, non posso negare un certo fastidio quando mi vedo cucite addosso etichette del passato, soprattutto da chi ha interesse a confondere le acque perché il giudizio non avvenga sul merito delle questioni ma su stereotipi preconfezionati. Io la mia storia politica la rivendico per intero, compreso il mio impegno nella Margherita negli anni precedenti il PD. Oggi c’è il Partito Democratico e vivo il presente non solo perché è giusto così m anche perché sono a tutti gli effetti uno di coloro che questo presente ha contribuito a costruirlo.

I partigiani che ho avuto l’occasione di conoscere mi sono apparsi in genere pazienti e tolleranti, purché non gli si toccassero i valori per cui avevano combattuto. Se mi si passa l’analogia, lo stesso vale anche per chi come me si è impegnato da sempre a costruire il Partito Democratico ed è quindi un partigiano e fondatore di questa storia. E’ poi anche il motivo per cui sono qui ad impegnarmi, perché vorrei che questo partito trovasse un compimento pieno e soddisfacente (per i cittadini).

Col massimo rispetto sia per i nativi che di tutti coloro che vengono dall’impegno nei partiti che hanno preceduto il PD, osservo che per chi ha una storia è più facile cercare traccia di un impegno fattivo per il cambiamento: perché la storia di ognuno è la prima testimone della serietà di un impegno.

Un po’ di storia

Ho cominciato ad impegnarmi in politica al liceo, in una lista indipendente (proto-ulivista). Finito il liceo, io cercavo il PD ma non c’era. Siccome non mi ritrovavo né nel PCI né nella DC di allora, mi sono iscritto all’Università e ho smesso di fare politica. Ho ripreso dopo quindici anni all’epoca del primo governo Berlusconi perché mi pareva evidente che fosse ormai il tempo di un partito che mettesse insieme sinistra e cattolici democratici superando gli antichi steccati. Quando poco dopo è arrivato il movimento per l’Ulivo mi ci sono “naturalmente” impegnato, continuando poi nei Democratici dell’Asinello, poi confluiti nella Margherita e infine nel Partito Democratico, l’approdo a lungo cercato e per cui mi sono da sempre impegnato.

Fra il 2000 e il 2004 sono stato segretario provinciale dell’Asinello prima e della Margherita poi, ma sempre impegnato per andare oltre (per cambiare verso, diremmo adesso). Per dirne una, io sono stato uno dei pochissimi (una decina, mi pare) che al termine di una tesissima assemblea nazionale della Margherita (quella passata alla storia per la citazione di “pane e cicoria”), al voto per appello nominale è sfilato davanti alla presidenza a dire “no” alla relazione con cui Francesco Rutelli proponeva di non fare la lista unitaria dell’Ulivo.

La mia propensione al cambiamento non ha sempre mietuto entusiasmi negli ambienti più “strutturati”, anzi al contrario, ho sempre dovuto lottare contro robuste opposizioni. Ma ho sempre pensato che un cambiamento sincero non possa fare a meno di incontrare delle resistenze. Non è stata una passeggiata ad esempio diventare segretario della Margherita dopo la fusione fra Asinello e PPI: Bologna fu la sola grande città dove la Margherita era guidata da un segretario proveniente dall’Asinello e non dal PPI, che era arrivato all’appuntamento con una organizzazione molto più robusta. Ci sarebbero tante cose da raccontare, e prima o poi lo farò…

Mi fa sorridere pensare che un tempo nella Margherita secondo qualcuno dovevo farmi perdonare il fatto di non essere stato democristiano, e che oggi nel PD qualcuno pensa che debba farmi perdonare il fatto di essere stato (come Renzi, peraltro) nella Margherita. E’ un modo di ragionare che non ho mai capito, o meglio che non ho mai condiviso.

A me non è mai importato nulla delle etichette e delle provenienze, a me interessano le persone e la sostanza. Fra coloro che sento più vicini c’è chi è stato a suo tempo nella DC e chi invece ha avuto la tessera del PCI fin dalla culla, c’è chi ha cominciato a fare politica da poco e chi l’ha fatta da una vita, c’è chi sente propria la vita del partito e chi (ancora) non si è mai iscritto: ma sono tutte persone vere che badano alla sostanza e cercano di costruire il cambiamento ogni giorno. Come faccio io.

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