Qualche riflessione sul referendum bolognese

Il numero dei votanti al referendum bolognese contro le materne paritarie e le percentuali raggiunte dalle due opzioni suggeriscono di evitare trionfalismi o ultimatum da parte dei sostenitori della A come pure sottovalutazioni del segnale e dei problemi aperti da parte di chi (come me) ha sostenuto la B. Ma prima ancora di pensare al da farsi, credo sia importante fare qualche riflessione su quanto accaduto.

Sillogismi improbabili ma funzionanti

Nella campagna elettorale del 1999, Giorgio Guazzaloca demoliva il vigile elettronico “Sirio” argomentando che il traffico caotico dimostrava il fallimento delle scelte della Giunta precedente sul traffico, Sirio compreso. Come i bolognesi sanno, l’amministrazione Vitali aveva introdotto il sistema di controllo automatico degli accessi in centro ma non aveva potuto attivarlo per problemi autorizzativi. E’ vero quindi che c’erano problemi di traffico, ma certo non dipendevano da Sirio, che infatti produsse un netto cambiamento quando cinque anni dopo fu acceso dall’amministrazione Cofferati appena insediata. Ma nel 1999, in assenza della controprova. quell’argomento veniva utilizzato: la cosa più incredibile è che funzionava pure. Guazzaloca in verità non voleva Sirio (infatti poi da sindaco non lo accese neanche quando arrivarono i permessi) e forse anche gli elettori che accettavano un argomento così fragile avevano lo stesso retropensiero. Ma è proprio quando argomenti fragili o inconsistenti fanno breccia che occorre chiedersi cosa c’è d’altro, oltre gli argomenti, che ottiene consenso e spinge in quella direzione.
Nel referendum contro le scuole paritarie è successa una cosa analoga. Per i referendari la lista d’attesa per la scuola d’infanzia comunale dimostrava che il sistema scolastico pubblico integrato non funziona, e dunque motivava la loro proposta di cancellarlo. Stessa cosa per la diversa percentuale di immigrati o bambini con disabilità nelle comunali e nelle paritarie a gestione privata: un altro motivo secondo loro per cancellare le convenzioni. Che entrambi i fenomeni siano indotti dalla differenza di costo fra scuola d’infanzia comunale (gratuita) e paritaria a gestione privata (con retta) poco importa ai referendari, che nemmeno riconoscono che il sistema integrato è essenziale per dare risposta ai bambini che non trovano posto nelle materne statali, e che in altre realtà tale integrazione funziona (con meno scuole comunali) senza nemmeno che si presenti il problema (reale e da risolvere) di bambini che non trovano posto nella scuola di cui condividono il progetto educativo. Ma i referendari non sono mai stati sfiorati dal dubbio: il problema per loro era ed è il sistema scolastico pubblico integrato, e non a caso la loro attenzione si è concentrata solo su quel milione di euro (su 38) dato dal Comune alle materne paritarie convenzionate.
Noi abbiamo combattuto quegli argomenti, e molti altri che i referendari hanno portato avanti con numeri traballanti e costruzioni logiche sovente imbarazzanti. Abbiamo sperato che fosse sufficiente spiegare come stavano le cose per motivare una risposta di buon senso da parte degli elettori bolognesi. Abbiamo pensato che i “nostri” elettori potessero vincere la naturale e comprensibilissima ritrosia di fronte ad un quesito imbarazzante e recarsi a votare contro quella proposta. Invece la maggior parte delle persone hanno preferito disertare l’appuntamento per non rispondere a quel quesito.

Le parole sono importanti

La scuola d’infanzia paritaria a gestione privata, convenzionata col Comune di Bologna, è parte del sistema pubblico integrato e svolge dunque una funzione pubblica. E’ scuola paritaria rispetto allo Stato come quella comunale, mentre le private sono quelle fuori dal sistema. Per i referendari invece scuola pubblica è solo quella statale o comunale, mentre tutte le altre sono per loro private, senza distinguere fra funzione e gestione, e mettendo sullo stesso piano privato sociale, no-profit, cooperative e aziende a scopo di lucro. Una confusione voluta, che consentiva poi di scaricare sulla “scuola privata” una serie di luoghi comuni di scuola per ricchi o per fanatici religiosi, di esamifici (stavamo parlando di materne ma si è sentito anche questo) o di macchine mangia-soldi. Chi ha mai messo piede in una delle scuole in questione sa che sono pregiudizi senza fondamento, ma non è detto che lo sappiano tutti.
Per noi è stato difficile anche solo fare scrivere ai media “sistema scolastico pubblico integrato” o “paritarie convenzionate (pubbliche) a gestione privata”, la maggior parte delle volte anche solo per brevità restava “scuole private”: andate a rileggere i titoli dei giornali, c’è perfino in una delle infografiche del Comune che riporto in questo articolo, oppure chiedete alle persone meno impegnate a seguire il dibattito politico quale hanno percepito fosse il tema. Ho addirittura incontrato persone che mi hanno detto di aver votato A “per la scuola pubblica” essendo convinte che quella fosse anche la posizione del PD, e che sono cascate dalle nuvole quando ho fatto loro presente che non era così.
Ridurre la “scuola d’infanzia pubblica paritaria convenzionata a gestione privata” semplicemente a “scuola privata” non è solo una questione lessicale: è esattamente lo scopo che si prefiggeva il referendum con la cancellazione delle convenzioni. Ma molta confusione si è fatta anche sulla parola “diritti” (scuola d’infanzia come diritto, ma lo Stato copre solo il 9% della domanda in Italia), e sulla parola “laicità” (col termine laico contrapposto a cattolico, come se fossero concetti fra loro antitetici). Non parliamo poi dell’esibizione del “senza oneri per lo Stato” della Costituzione, usato come un grimaldello verbale e senza nessuna attenzione al suo eventuale significato costituzionale (se avessero avuto ragione loro, anche le scuole d’infanzia comunali avrebbero dovuto essere “senza oneri per lo Stato”, per esempio). E ancora: il dialogo fra culture politiche diverse che hanno portato alla nascita del Partito Democratico è stato marchiato col termine “inciucio” (va tanto di moda in questo periodo) o addirittura come “voto di scambio” (dal segretario del PRC Ferrero).

Ruolo del pubblico e distinzione fra funzione e gestione

Vi è poi la distinzione fra funzione e gestione. Ricordare che funzione pubblica non è necessariamente equivalente a gestione di tipo pubblicistico pare un argomento ragionieristico, e ciò è già parte del problema perché in realtà si tratta di un nodo centrale. L’onda montante dei “beni comuni” sta favorendo un ritorno ad un modello vetero-statalistico come se esso fosse l’unico modo di essere di sinistra. La logica è: se un bene è comune va tutelato (verissimo) ma siccome le esperienze in cui la gestione è stata affidata ai privati hanno evidenziato problemi e distorsioni (è accaduto) allora l’unica soluzione per tenere il bene nel controllo pubblico (giusto) è quella che l’ente locale lo gestisca direttamente (forzatura). Non pare invece interessare il fatto che l’ente pubblico dovrebbe essere in grado di esercitare con competenza il suo compito di pianificazione, indirizzo e controllo per garantire che il bene comune venga amministrato con trasparenza ed efficacia, e questo sia che la gestione sia diretta che affidata a gare trasparenti, e a prescindere dalle forme contrattuali con cui è assunto il personale coinvolto nella gestione.
Il sillogismo è interessante: si prende un difetto dell’ente pubblico (l’incapacità di svolgere bene il ruolo di indirizzo e controllo) e lo si fa diventare la ragione per affidare all’ente pubblico tutta la gestione, e pazienza se questo dovesse comportare inefficienze o uso non ottimale delle risorse: la sicurezza non viene riposta nella funzione ma nello stato giuridico, senza necessità di verifiche e giudizi di merito. Come nel vecchio sillogismo guazzalochiano anti-Sirio, l’argomento ha funzionato anche in questo referendum: in nome di una difesa astratta della scuola pubblica si è colpito un pezzo di scuola inclusa nel sistema pubblico per ridurla a diventare privata. Anche qui facendo passare l’idea che non c’è distinzione fra funzione e gestione.
E’ una storia vecchia che si ripete: quando le competenze del sistema sanitario vennero trasferite alle aziende sanitarie, i comuni cominciarono a disinteressarsi di sanità – di cui avevano perso la gestione ma su cui mantenevano comunque poteri di indirizzo e controllo – e a concentrarsi solo sui servizi sociali che ancora gestivano direttamente. Ho sempre combattuto questa deriva nella mia esperienza di amministratore pubblico, ma torna costantemente fuori, e anche in questo referendum ha pesato il fuoco di sbarramento rispetto all’eventuale passaggio del personale della scuola d’infanzia comunale alle ASP (che è un’azienda pubblica comunale, l’equivalente in campo sociale o educativo di ciò che l’AUSL è in campo sanitario), presentato dai referendari come un tentativo di privatizzazione strisciante.

Il ruolo del Partito Democratico

La crisi perdurante, il vacillare delle certezze, la stanchezza rispetto alle politiche di austerità sono tutti elementi che consolidano un bisogno di speranza, una speranza che l’attuale politica fa molta fatica a dare. Siccome cambiare è difficile, in mancanza di prove che un cambiamento vero è possibile, emerge una tendenza ad appoggiarsi su luoghi comuni (prima ancora che su beni comuni), argomentando per negazione. La destra punta l’indice sulle inefficienze (esistenti) del pubblico per motivare le sue scelte di privatizzazione (spesso sbagliate). A sinistra del PD cresce quest’onda che punta l’indice sulle storture (che ci sono) nelle privatizzazioni per motivare il rifugiarsi nella totale statalizzazione (sbagliato).
Qui c’è il ruolo che il Partito Democratico può e deve svolgere: dimostrare (coi fatti) che un riformismo vero è possibile, che si può cambiare allargando (e non restringendo) lo spazio del pubblico in una alleanza che sappia abbracciare le risorse presenti nella società e sapendo distinguere fra sussidiarietà e privatizzazione.
In questo senso è importante il dialogo con chi ha votato A al referendum per dare un segnale a favore della scuola pubblica senza per questo necessariamente avere una contrarietà ideologica al sistema scolastico pubblico integrato. Anzitutto sottolineando che è proprio per difendere un diritto che lo Stato non garantisce che le scuole d’infanzia paritarie (sia comunali che a gestione privata) sono intervenute. E poi raccogliendo il grido di dolore per la scuola pubblica, promuovendo e combattendo per difendere (tutta) la scuola pubblica.
Vedo invece molto più difficile un dialogo col nucleo più ideologico di promotori del referendum, che hanno esplicitamente detto che si tratta del primo passo di un cammino volto a cancellare la legge Berlinguer 62/2000 e a combattere ogni forma di sussidiarietà. Non è un caso che le forze contrarie al dialogo fra sinistra e cattolici (che è alla base del PD) abbiano visto il referendum come una ghiotta occasione per spingere verso un ritorno ad un PCI riveduto e corretto, peraltro cavalcando pulsioni antireligiose che invece dovrebbero preoccupare chi ha cuore una comunità laica nel senso vero della parola, ossia rispettosa delle idee di ognuno.
L’esito del referendum dovrebbe fare riflettere anche le forze sociali che si erano espresse per l’opzione B, come coloro che praticano la sussidiarietà in altri settori e che è bene non si illudano che il tema possa essere facilmente circoscritto alle sole materne bolognesi; come pure il mondo delle parrocchie, territorio off-limits per la politica da molti anni, con conseguenze evidenti che potrebbero essere spunto di qualche riflessione.
Dico meno sulle forze politiche diverse dal PD, un po’ perché non mi riguarda e un po’ perché era evidente che potessero essere tentate da una posizione sostanzialmente attendista, quella che Davide Rondoni ha esplicitato sul suo blog in aprile: “non farò il presunto salvatore della parte buona del Pd: dimostrino, se le hanno, di avere le palle di non piegarsi ai diktat di coloro che hanno nutrito finora al loro interno”, e ancora “ritengo più saggio stare a vedere quanti verranno portati a votare in sto referendum consultivo che servirà a sapere quel che si sa già, ovvero che una parte della sinistra italiana è statalista a oltranza”.
I referendari dicono che la loro è una battaglia che comincia. È vero: anch’io penso – avendo apprezzato l’impegno di molti (non di tutti) nel mio partito su questi temi ed augurandomi che quest’esperienza possa averci portato ad una maggiore consapevolezza – che per il PD ci sia una importante battaglia da fare. Non sulla linea dei referendari né sulla linea della destra, ma nell’affermazione di un riformismo capace di cambiare con radicalità, inclusivo e non divisivo, con un rinnovato senso dello Stato promuovendo un servizio pubblico capace di guadagnarsi spazio nella realtà di ciò che si fa e non affidato solo alle etichette. Credo sia l’unica possibilità per non condannare l’Italia ad un dualismo sterile fra privatizzatori e statalisti, che renderebbe il declino del nostro Paese pressoché inevitabile.

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